“Se qualcuno mi rivolgesse la domanda «Tu chi sei?» io risponderei «Sono Luciano Cofano». Alla domanda «E cosa fai?» risponderei «Come lavoro faccio lo psicoterapeuta». Intendo cioè dire che, nello svolgimento del mio ruolo, sono sempre io, Luciano Cofano, non come “personaggio” sulla “scena terapeutica” ma come “persona”, con tutto il mio bagaglio culturale di convinzioni e preconcetti, giudizi e pregiudizi, preferenze e idiosincrasie, memorie, emozioni, sentimenti…”
(Quaderni del Ruolo Terapeutico, dicembre 2016)
Ieri Il Ruolo Terapeutico ha perso un amico e un grandissimo maestro. Lo salutiamo, commossi e addolorati.
Proviamo un’infinita gratitudine per gli insegnamenti che abbiamo ricevuto e per l’esempio di profonda umanità che Luciano Cofano ha saputo donarci, fino alla fine, con immensa generosità.
Grazie, Dottor Cofano.
Il Ruolo
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Per rendergli un commosso omaggio abbiamo pensato di condividere con tutti voi quello che a nostro parere è uno tra gli scritti più preziosi del dottor Cofano, pietra miliare fondante il pensiero del Ruolo Terapeutico, pezzo che sebbene risalga ormai a trentacinque anni or sono rimane potentemente attuale e immortale, alla base della costruzione di qualsiasi relazione di cura, ma forse di qualsiasi relazione autenticamente umana.
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BISOGNO, DESIDERIO, DOMANDA

Luciano Cofano

Vorrei fare una breve premessa: nella relazione svolta al seminario di Ruolo Terapeutico, nel 1983 a Ri­mini, Sergio Erba aveva affrontato lo spinoso problema dell’operatore che si trova nella necessità di dare ri­sposta alla molteplicità delle domande cui si trova di fronte nello svolgimento del suo lavoro: domande dei pa­zienti, dei parenti dei pazienti, ma anche dei colleghi, dei superiori, degli amministratori, ecc. Parlando delle “risposte istituzionali” a queste domande, definiva come risposta terapeutica: quella risposta che, lungi dal rispondere, si preoccupa di prendere in considerazione la domanda, e di capirla.

Penso che, con questo, Erba volesse intendere che la vera risposta terapeutica è quella che interpreta le istanze che sottendono una data domanda, correlandole con il con­testo complessivo in cui tali istanze si attivano. In al­tri termini: la capacità di accogliere non il conte­nuto manifesto, esplicito, letterale della domanda, ma piutto­sto la situazione esistenziale “anomala” che ne è il fonda­mento, il presupposto.

Inoltre Erba proponeva una significativa distin­zione fra “domande possibili” e “domande impossibili”, osservando che la maggior parte delle domande istituzio­nali appar­tengono a questa seconda categoria.

Ricordo che, nel definire le caratteristiche che conno­tano le domande impossibili, metteva in evidenza due si­tuazioni tipiche: la prima rappresentata dal fatto che, nel momento stesso in cui propone la domanda, l’altro scompare come interlocutore, come “soggetto” attivo, e si pone nella relazione come “oggetto” dipendente e impo­tente; la seconda, quella in cui l’operatore si sente letteralmente incastrato da chi gli pone la domanda, in una posizione che sembra senza alternativa.

Parlandone con Erba, in quella occasione, gli dissi che il suo discorso mi interessava particolarmente, perché era coincidente con un mio riflettere proprio sul signi­ficato che, in qualsiasi relazione, hanno le “domande”, le “richieste”, e gli accennai che a orientarmi in que­sto problema mi aiutava il riferirmi a significati diffe­renti che si possono dare alle parole “domanda”, “desiderio”, “bisogno”, ma non ebbi allora modo di chiarire questa differenza.

Credo che, nel linguaggio corrente, non si faccia molta distinzione fra questi tre termini, spesso adoperati come sinonimi. Quando, per esempio, ci si riferisce al fatto che un paziente “viene e chiederci” qualcosa, si dice in­differentemente che egli ci fa una qualche domanda o ci porta un suo qualche bisogno, o che desidera qualcosa da noi.

Cercherò allora di chiarire perché, secondo me, è utile fare riferimento a concettualizzazioni differenti, e co­mincerò col prendere in considerazione il concetto di “bi­sogno”.

Mi rendo conto che dovrò dirvi cose in gran parte non nuove, cose già dette e ridette da quanti si sono occu­pati di questi problemi, ma ciò è anche perché, nel trat­tare questo tema, ci si muove di fatto nell’ambito della più banale e universale quotidianità.

Anche nel linguaggio corrente il termine “bisogno” può essere inteso nel significato di “fabbisogno”, parola che, a sua volta, rimanda intuitivamente a un concetto di “quantità necessaria” al mantenimento o al ripristino di un certo qual equilibrio dinamico: si parla infatti non solo di un fabbisogno alimentare ma anche di un fab­bisogno personale, familiare, nazionale, energetico, eco­nomico, eccetera.

Si può così notare che il concetto di bisogno non è per­tinente solo a un linguaggio psicologico o filoso­fico, ma è trattato anche in termini biologici, sociolo­gici o politici, economici, eccetera.

È interessante rilevare il fatto che, fin dai suoi primi inizî, l’economia politica tratta la nozione di bisogno nella sua ambiguità: già gli autori del ‘700, infatti, facevano distinzione fra bisogni “naturali” e bisogni “artificiali”; un certo Bonnot de Condillac, nel 1776, spiegava la differenza più o meno in questi termini:

 

I bisogni naturali sono una conseguenza della nostra conformazione, in quanto siamo conformati per avere biso­gno di nutrimento, cioè per non poter vivere senza ali­menti; i bisogni artificiali sono invece una conseguenza delle nostre abitudini, in quanto una tal cosa, di cui potevamo fare a meno perché la nostra conformazione non predispone questo bisogno, ci diventa necessaria per l’uso, talvolta tanto necessaria come se fossimo confor­mati per averne bisogno.

 

Questa distinzione, che con leggere variazioni (bisogni necessari e superflui, bisogni biologici e culturali, ecc.) troviamo riproposta fino ai nostri giorni, fa rife­rimento alla esistenza di bisogni che traggono le loro origini non da un fondamento ontologico, “genetico”, ma dalla acquisizione di una esperienza di rapporto col mondo.

Ma cosa comporta l’esigenza di soddisfare un bisogno?

Jean Piaget, a proposito dello sviluppo mentale del bam­bino, sostiene che il bambino (come del resto l’adulto) non compie alcuna azione (esterna o interna che sia) che non sia spinta e motivata da un bisogno. Per cui, inver­samente, “l’azione si concluderebbe quando l’appagamento del bisogno ristabilisce l’equilibrio alterato dalla in­sorgenza di una mancanza”.

In questa prospettiva (che, a mio parere, rischia di es­sere troppo meccanicistica) l’uomo appare quale una crea­zione totale del bisogno che spiegherebbe, in definitiva, tutte le azioni, le scelte, i rifiuti di ogni individuo e quindi, estensivamente, di ogni formazione sociale.

Una prospettiva più aperta mi sembra essere quella di Febvre che, intorno al 1920, centrava il problema con questo interrogativo sull’uomo: “I bisogni sono naturali, ma il modo di soddisfarli?”

Questo interrogativo richiama l’attenzione anche sul fatto che, a differenza delle altre specie animali, nell’uomo l’estrinsecazione dei bisogni e, quindi, la ri­sposta che a essi viene data, passa attraverso una di­mensione simbolica. Ma ritorneremo fra breve su questo punto.

Come tutti coloro che, prima e dopo di lui, si sono occu­pati dei problemi concernenti l’uomo e i suoi rapporti col mondo, anche Freud si è presto trovato a dover fare i conti con il concetto di bisogno, e lo ha fatto da par suo, cioè addentrandosi a esplorarne i più profondi re­cessi. Se Freud aveva dei difetti, certo non aveva quello di accontentarsi di una qualsiasi risposta superficiale a un quesito che si poneva!

Lungo tutto lo sviluppo della sua opera, infatti, ripren­derà varie volte in considerazione questo specifico pro­blema, secondo prospettive differenti e in contesti di­versi. Ed è proprio nell’ambito di questo problema che egli svilupperà le sue elaborazioni teoriche sul processo primario e processo secondario, sul principio del piacere e sul principio di realtà, sulla teoria delle pulsioni e sulla formazione del sogno, sulla formazione del sintomo, ecc.

Cercherò di riferirmi brevemente solo ad alcuni dei punti che mi sembrano essenziali al nostro tema.

Una delle formulazioni più complete sul meccanismo dell’appagamento del bisogno è quella contenuta nella sua opera “Interpretazione dei sogni”. [1]

Vi sono due presupposti fondamentali nella sua concettua­lizzazione: il cosiddetto “principio di co­stanza” e lo “stato di impotenza originaria”. Il primo, già menzionato in precedenti scritti e discusso in “Al di là del princi­pio del piacere”, [2] riguarda il fatto che, secondo Freud, l’apparato psichico tenderebbe a mantenere la quantità di eccitazione al livello più basso e costante possibile, sia attraverso la scarica di una ec­citazione eccedente (abreazione), sia attraverso l’evitamento o la difesa da tale aumento. Teoria che con­tribuirà quindi alla colossale concettualizzazione dei meccanismi di di­fesa.

Il secondo presupposto riguarda lo stato di totale e pro­tratta dipendenza del neonato nei confronti del mondo esterno, cioè quella che Freud definisce come condizione di “prematurazione” dell’essere umano, quando dice che: [3]

 

… la sua esistenza intrauterina pare relativamente ab­breviata rispetto a quella della maggior parte degli ani­mali: egli viene mandato nel mondo più incompleto di loro (per una sopravvivenza autonoma).

 

Oltre a determinare le prime situazioni di pericolo, que­sto fattore biologico, accrescendo enormemente l’importanza di ciò che appartenendo al mondo esterno è capace di proteggerlo, crea il bisogno di essere amati: bisogno che non abbandonerà l’uomo mai più.

Volendo indicare questa condizione di impotenza origina­ria, Freud usa il termine “Hilflosigkeit”, che vuol dire pressappoco “stato di estremo bisogno di aiuto”, per met­tere in evidenza l’aspetto di oggettiva incapacità del neonato umano a intraprendere una azione coordinata ed efficace all’appagamento del suo bisogno, pur essendo pe­raltro dotato di un proprio complesso di funzioni speci­fiche perfettamente specializzate e sviluppate, quali per esempio: suzione, deglutizione e digestione, assimila­zione, ecc.

Freud designa, inoltre, come “azione specifica” l’insieme del processo necessario alla risoluzione della tensione interna creata dal bisogno: per questo è necessaria la presenza di un oggetto specifico e di una serie di condi­zioni adeguate (interne ed esterne).

L’eccitamento interno causato dal bisogno cercherà uno sfogo nella motilità: il bambino affamato (senza aiuto) griderà o si agiterà ma la situazione di “mal-essere” ri­marrà invariata fin tanto che lo stimolo interno non sarà sospeso dalla “esperienza di soddisfacimento”. E, come è noto, questa esperienza di soddisfacimento, già trattata nel “Progetto di una psicologia” [4] costituisce, per Freud, uno dei fattori fonda­mentali dello sviluppo dall’apparato psichico. Vediamo brevemente per­ché: compo­nente essenziale di questa esperienza di soddisfacimento è la comparsa di una determinata percezione, la cui im­magine mnesticari­marrà d’ora in poi associata alla traccia mnestica dell’eccitamento su­scitato da quel dato bisogno. Allora, cosa succede alla ricomparsa del bisogno e del relativo eccitamento? Per la connessione stabili­tasi con l’esperienza di soddisfacimento, l’apparato psi­chico tenderà a reinve­stire l’immagine mnestica corri­spondente e a riattivarne la percezione. A riprodurre cioè una identità di percezione. Ma anche ammettendo che il bambino possa produrre per via allucinatoria una identità di percezione, questa si risolverà comunque in una frustrazione e una amara esperienza vitale (come la definisce Freud) gli imporrà la persi­stenza dello stato di bisogno fino al compimento della corrispondente azione specifica, legata imprescindibilmente a un intervento esterno adeguato.

Questo è, secondo me, un buon motivo per ritenere che la strutturazione dello psichismo si fonda essenzialmente sulla relazione con “l’Altro”.

E possiamo subito renderci conto del fatto che l’esperienza di soddisfacimento, nella misura in cui si realizza in base a un apporto esterno, fissa nella trac­cia mnestica corrispondente non soltanto un qualche ele­mento specifico necessario all’appagamento del bisogno (e quindi della cessazione del malessere relativo), ma anche tutto quanto è attinente alla percezione del mondo sensi­bile (cioè l’Altro) implicato in quella sua esperienza relazionale.

Per chiarire la portata di questa esperienza, pren­diamo in considerazione un esempio che si riferisce a uno dei più classici ed elementari bisogni fondamentali: il nu­trimento. Pensiamo allora a un neonato che, nel giro di poche ore dopo il taglio del cordone ombelicale, ha con­sumato la sua riserva energetica, avviandosi in modo con­tinuo e progressivo verso uno squilibrio metabo­lico: il consumo delle riserve di glicidi, lipidi, proteine, li­quidi, ecc. , produce infatti inevitabilmente una carenza energetica che altera gli equilibri biologici essenziali alla sopravvivenza. Possiamo agevolmente immaginare che questa condizione di carenza produca una profonda modifi­cazione in un preesistente stato di equilibrato scambio metabolico intrauterino. In quella confortevole situa­zione, infatti, un adeguato funziona­mento dell’apparato placentare era in grado di garantire in modo continuativo l’apporto dei fattori nutritivi necessari, condizione questa che, senza l’emergenza cri­tica di alcun bisogno, potremmo rappresentarci come cor­rispondente a uno stato inavvertibile di “ben-essere”.

Possiamo, allora, rappresentarci la tensione interna cre­ata dalla sopravvenuta situazione di carenza, cioè lo stato di bisogno, come esperienza avvertibile di “mal-es­sere”, quella esperienza sensoriale che, nel caso speci­fico, saremo poi in grado di riconoscere e denominare come “fame”. Sia pure in modo molto semplificato, pos­siamo dire che una buona poppata al seno sarà in grado di ripristinare in breve l’equilibrio nutritivo e, conse­guentemente, lo stato di benessere derivante dalla cessa­zione stessa del malessere, cioè dall’appagamento del bi­sogno.

Se ci soffermiamo un momento a riflettere su alcuni aspetti di questa elementare esperienza, ci accorgiamo subito che essa è tutt’altro che “semplice”, in quanto mette in moto processi di una complessità non facilmente delimitabile.

Gli sviluppi della scienza nel campo della fisiologia umana ci hanno fatto conoscere quali sono gli elementi specifici, organici e inorganici, che costituiscono il fondamento del processo di nutrizione, prima attraverso il cordone ombelicale per il feto e poi attraverso il seno per il neonato. Ma come il feto non sa cosa sia il sangue che passa attraverso il cordone ombelicale, così il neonato non sa cosa sia il latte che succhia al seno materno.

L’esperienza di “soddisfacimento-benessere”, legata alla scomparsa della “fame-malessere”, non si lega come imma­gine mnestica ai lipidi, alle proteine al lattosio o ai liquidi che pure sono proprio tutti “fattori specifici e indispensabili” al ripristino del fabbisogno energetico, nè al latte come veicolo specializzato e neanche a un seno erogatore, ma a tutto il complesso percettivo delle esperienze sensoriali inscindibilmente connesse alla fun­zione nutritiva dell’allattamento: sensazioni tattili at­tive e passive (essere toccato, manipolato e, nello stesso tempo toccare, manipolare questo mondo-madre), percezioni di calore, di odori, di sapori, suoni e poi ancora immagini visive (dapprima solo buio-luce, poi sem­pre più distinte, differenziate, riconoscibili).

In altre parole, ciò che viene appreso di quella espe­rienza, ciò che andrà a costituirsi nel repertorio del mondo psichico come identità percettiva equivalente del soddisfacimento non è un “oggetto”, nè semplice nè com­plesso, vorrei dire nè parziale nè totale, ma una situa­zione relazionale globale, attivamente esperita dal bam­bino nel suo “concepire” il mondo, in una prospettiva che è del tutto coincidente con il modo del suo essere al mondo, del suo essere concepito dal mondo. Se, in questa prospettiva, pensiamo al rapporto madre-neonato, ci ac­corgiamo subito che il fabbisogno sopravvivenziale va ben oltre una fornitura di sostanze nutritive: il neonato ha bisogno di un accudimento complesso, articolato sulla base delle sue esigenze naturali, dall’essere tenuto caldo alla giusta temperatura e nella giusta posizione, dal muoverlo e manipolarlo nel modo appropriato al prov­vedergli un giaciglio adatto, eccetera.

Credo che tutti voi siate convinti che il “come” il bam­bino viene accudito non è certo meno importante del “cosa e quanto” gli viene somministrato. Purtroppo questa con­vinzione è meno ubiquitaria di quanto dovrebbe essere: non mi riferisco soltanto a quei genitori che credono di avere assolto il loro compito rimpinzando i figli e “non facendo loro mancare nulla”, ma anche a certe istituzioni per l’infanzia che sembrano ignorare la differenza fra un “nido” e un “parcheggio” o, peggio, un “lager”.

Una conferma potrebbe essere ricavata da alcune semplici considerazioni: se al fabbisogno di cibo corrisponde un carente apporto nutritivo si va incontro a una condi­zione di malnutrizione o di denutrizione, con segni evi­denti, riconoscibili e codificabili, di un deficit dello sviluppo somatico, talvolta irreversibile. E così, analo­gamente, se al “bisogno di accudimento” corrisponde un carente apporto di “amore” si va incontro a una condi­zione di alterato sviluppo psico-affettivo, con segni evidenti, riconoscibili e codificabili, spesso irreversi­bili, di tale deficit nel rapporto con sé stessi e col mondo.

Quante volte le più dolorose esperienze che affliggono i rapporti umani, e poi ancora la delusione e l’aggressività, l’attacco distruttivo che porta alla rot­tura, il malinteso e il fraintendimento che avvelenano spesso irrimediabilmente la comunicazione, non sono altro che l’espressione di un soggiacente inesprimibile o ina­scoltato bisogno di amore?

D’altra parte, il far coincidere il concetto di bi­sogno esattamente ed esclusivamente con una carenza, una man­canza di qualcosa, mi sembra corrispondere ancora a una concezione troppo riduttiva, meccanicistica del problema. Il “principio di costanza” invocato da Freud (forse un tributo che lo stesso Freud paga alle sue matrici cultu­rali e alla sua formazione biologistica), è un principio che rimanda infatti a una concezione di equilibri ener­getici, regolati da leggi fisiche, quanti­tative, quali l’omeostasi o l’entropia del famigerato secondo principio della termodinamica. A me sembra, invece, che alcuni bi­sogni dell’uomo non siano spiegabili come ricerca di equilibrio o come attenuazione di tensioni ma, al contra­rio, sottendano un incremento di eccitazione: penso al bisogno di conoscere, esplorare, ampliare il proprio orizzonte, penso alla creatività artistica, eccetera.

 

Avrei da aggiungere ancora qualcosa a proposito del no­stro rapporto, nella pratica clinica, con il problema del bisogno, ma prima vorrei prendere in considerazione il concetto di “desiderio”.

Fra tutte le possibili vie per tentarne una definizione, preferisco percorrere quella che parte proprio dalle pre­messe create da quanto detto a proposito del bisogno.

Quando abbiamo parlato dell’esperienza di soddisfaci­mento, abbiamo messo in relazione la percezione del sod­disfacimento con il costituirsi di una immagine mnestica che, da quel momento in poi, rimarrà legata a quel deter­minato stato di bisogno. Quando si ripresenterà quel bi­sogno-malessere si riattiverà un processo che ten­derà a ri-evocare la percezione del primo soddisfaci­mento, at­traverso un investimento della “immagine dell’oggetto-be­nessere” appartenente ormai alla “realtà psichica” del soggetto. A proposito di questo investi­mento della imma­gine, dice testualmente Freud [5]:

 

È un moto di questo tipo che chiamiamo desiderio, e la ricomparsa della percezione è l’appagamento del desi­derio e l’investimento pieno della percezione, a partire dall’eccitamento del bisogno, è la via più breve verso l’appagamento del desiderio. Nulla ci impedisce di ammet­tere uno stato primitivo dell’apparato psichico, nel quale questa via viene realmente percorsa in questo modo e l’atto del desiderio sfocia quindi in una allucina­zione.

 

Ho voluto citare questo passo per ricordare come l’attività allucinatoria prenda origine, secondo Freud, esattamente da quel particolare processo psichico che chiamiamo desiderio.

Ma è proprio l’impossibilità di soddisfare allucinatoria­mente le esigenze che sono alla base del bi­sogno emer­gente che costringe il bambino a cercare un contatto con il suo mondo, a sviluppare cioè un processo capace di stabilire una connessione fra la sua “realtà psichica” e la “realtà esterna” da cui in pratica dipende. È rilevante il fatto che proprio all’interno di questo processo si attiveranno tutte le più importanti funzioni inerenti alla vita relazionale: con lo sviluppo degli or­gani sen­sori, atti a esplorare la realtà esterna, e la conse­guente coscienza delle relative percezioni si atti­verà la funzione della “attenzione”, l’accumulazione della “memo­ria”, con una conseguente “funzione discriminante”, la pro­gressiva trasformazione della sca­rica motoria in una “azione” coordinata, fino al formarsi di un processo di “pensiero” a partire dalla attività rappresentativa. Ed è immediatamente evidente che lo sviluppo di queste fun­zioni psichiche rappresenta quello che Freud chiama “pro­cesso secondario”, cioè la via indiretta, perfezionata dall’esperienza, per giungere alla realizzazione del de­siderio, cioè alla soddisfazione del bisogno soggiacente.

Il pensiero, secondo Freud, [6]

 

… non è altro che il surrogato del desiderio allucina­torio, (…) dato che nulla, all’infuori di un desiderio, è in grado di mettere in moto il nostro apparato psi­chico.

 

Ma cosa succede se qualcosa interferisce o inter­rompe questa intima connessione fra l’insorgere di uno stato di bisogno e l’attivazione del corrispondente desiderio? Credo di poter supporre una tale situazione, se mi trovo di fronte a un “malessere” apparentemente immotivato, dal semplice stato di disagio o irrequie­tezza fino a una pena angosciosa, senza potervi attribuire una qual­siasi origine o spiegazione: come quando “sto male senza sapere perché”, sento che “ho bisogno” ma non posso dire che “ho bisogno della tal cosa”, chiedo aiuto ma non so dire “come” aiutarmi, ri­volgendo così all’altro una do­manda impossibile, in quanto è chiaro che soltanto riu­scendo a interpretare e ri-conoscere la natura del mio bisogno potrei rivolgere al mondo la domanda adeguata.

Io credo che questo discorso acquisti un senso più pre­ciso se ci poniamo una domanda: è pensabile un appaga­mento del bisogno che non passi necessariamente attra­verso l’attivazione del desiderio, la evocazione di una immagine, l’elaborazione di un pensiero che guidi l’attività motorio-relazionale al compimento della cosid­detta “azione specifica”? (Ricorderete che avevamo chia­mato azione specifica l’insieme del processo necessario alla fruizione dell’oggetto specifico di quel dato biso­gno.) Ebbene, la risposta è sì, è possibile!

E vediamo come e perché. Con l’analisi del processo istintuale negli animali, la moderna etologia ha dimo­strato la possibilità di una trasmissione genetica di ri­sposte comportamentali codificate, che vanno da semplici riflessi motori ai cosiddetti “moduli motori”, fino alle più complesse coordinazioni motorie e ai “movimenti istintivi ritualizzati” che regolano le relazioni e i comportamenti intra- e interspecifici. È la dimostra­zione della possibilità che i bisogni naturali trovino il loro appagamento mediante la semplice esecuzione di azioni specifiche già predisposte filogeneticamente. È come se ogni domanda contenesse già in sé stessa anche una univoca risposta.

Potremmo dire che, in tal senso, l’animale non ha nulla da scoprire, da apprendere, perché “sa già tutto”, e poi­ché sa già tutto non ha bisogno di immaginare o deside­rare alcunché. Devo confessare che è stato piuttosto sconcertante, per me che amo gli animali, il dover consi­derare come rigidi meccanismi automatici (anche se mira­bilmente programmati) molti di quelli che mi apparivano come comportamenti “intelligenti”. Ma sareste mai capaci di insegnare a un ragno a tessere la sua tela, o a un uccello a costruire il nido e covarvi le uova, o a un feroce mammifero ad allevare i suoi cuccioli nel modo do­vuto, sareste capaci di fare apprendere a un’ape il lin­guaggio della sua “danza”, se non lo possedessero già come un “sapere innato”?

Possiamo peraltro riconoscere che anche una parte rile­vantissima della nostra sopravvivenza è assicurata da processi totalmente automatici, geneticamente codificati e che non implicano alcuna partecipazione delle nostre funzioni psichiche: gli equilibri biologici del nostro organismo ne sono una chiarissima dimostrazione. Tutto il nostro complessissimo sistema vegetativo è la testimo­nianza di come un numero sconfinato di variabili possano essere codificate e univocamente correlate secondo para­metri fisiologici prestabiliti. Molti dei nostri bisogni fondamentali, infatti, possono essere soddisfatti “in via breve”, senza dovere cioè seguire il percorso della via indiretta indicata da Freud, perché la risposta è otteni­bile direttamente, “senza doverne cercare la soluzione”, senza dover inventare, scoprire la strategia e i mezzi idonei, perché tutto il percorso è già lì, è già dato. L’azione specifica può essere compiuta con le sole ri­sorse di cui la natura ci ha fornito: se in seguito a un certo sforzo fisico si crea in me un maggior fabbisogno di ossigeno, l’aumento delle mie pulsazioni cardiache e dei miei atti respiratori potranno provvedervi diretta­mente, senza passare attraverso l’elaborazione psichica di un desiderio; un aumento o una diminuzione della tem­peratura ottimale si costituiranno di per sé stessi come informazione sufficiente per gli appositi recettori, che attiveranno automaticamente il meccanismo della vasodila­tazione o vasocostrizione, della sudorazione o del bri­vido, eccetera; d’altra parte, non saprei assolutamente quali procedure seguire per realizzare la trasformazione degli alimenti ingeriti in quelle complicatissime so­stanze chimiche che, uniche, sono indispensabili alla so­pravvivenza del mio organismo.

E così, per tutte quelle funzioni essenziali, che la neu­rofisiologia studia come sistemi preposti al mantenimento del nostro equilibrio metastabile, non è richiesto alcun intervento dell’apparato psichico, semplicemente perché non occorre alcuna “mediazione relazionale” per far fronte ai relativi bisogni specifici. La nostra “atten­zione” sarà infatti richiamata solo allorquando un biso­gno sarà reso attuale, come malessere o malattia, per una inadeguata o insufficiente risposta dovuta a una dis-funzione emergente.

È per questo che il campo della psicologia inizia dove termina quello della biologia, distinguendo così la no­stra “vita di relazione” dalla nostra “vita vegetativa”.

Ma se la psicologia è la scienza che studia il modo di compor­tarsi dell’uomo nella sua relazione col mondo, in che cosa differisce dalla etologia o dallo studio della psicologia animale? Già, perché è or­mai acquisita, al di là di ogni ragionevole dubbio, la cognizione di un com­portamento animale non rigidamente predeterminato da co­dificazioni genetiche ma fondato su processi di apprendi­mento, accumulazione della memoria, funzione discrimi­nante, discrezionalità decisionale. È stato di­mostrato che gli animali presentano, oltre a veri e pro­pri feno­meni di tipo allucinatorio, l’attivazione di un processo che può essere interpre­tato come formazione di un pen­siero, anche se relativamente elementare e contin­gente.

Voglio portarvene un esempio divertente. Un filmato ormai famoso mostra un giovane scimpanzé impegnato nella solu­zione di un problema: in una stanza c’è una banana appesa al soffitto a una altezza tale che la scimmia può rag­giungerla solo se sale su una cassetta di legno posta in un angolo. L’animale entra, vede la banana, cerca di prenderla ma si rende conto che non riesce a raggiun­gerla; si guarda in giro esplorando attentamente la stanza, anche perché in precedenti esperienze aveva impa­rato a servirsi di volta in volta di arnesi differenti, messi lì a sua disposizione. Vede la cassetta, la guarda attentamente, guarda la banana, poi la cassetta, poi an­cora la banana: è chiaramente deluso, contrariato, si agita e si gratta rabbiosamente, poi, improvvisamente, si immobilizza, guarda la banana, poi la cassetta, poi di nuovo la banana e da questa abbassa lo sguardo fino al pavimento esattamente sotto la banana, poi ancora la cas­setta e, a questo punto, con un balzo e una capriola raggiunge la cassetta, la spinge senza la minima esita­zione sotto la banana, vi monta su e si prende il frutto.

Vi ho descritto questo esperimento perché in esso vi ap­pare con chiarezza il fatto che, spinta dal suo deside­rio, la scimmia deve “pensare” una soluzione e, serven­dosi delle sue capacità di apprendimento e di memorizza­zione, delle sue reazioni di orientamento spaziale, essa costruisce mentalmente una rappresentazione dello spazio, un “modello” dei dati spaziali da dominare e agisce con il pensiero in questo spazio “immaginario”.

A questo punto credo possiamo fare una considera­zione: mentre il bisogno appartiene alla natura, cioè alla di­mensione del reale, il desiderio appartiene alla “realtà psichica” del soggetto, cioè alla dimensione dell’immaginario. Ma è poi così importante specificare una sostanziale differenza fra bisogno e desiderio, fra realtà oggettiva e realtà psichica? Non è forse un ca­villo filosofico o un prurito antropologico? Io credo di no, soprattutto se ci troviamo nella posizione di dover interpretare le richieste che ci vengono fatte per darvi una risposta adeguata, proprio nel senso richiamato da Erba quando definiva “risposta terapeutica” la capacità di valutare e di comprendere una domanda, specialmente se si tratta di quelle che lui indicava come “domande impos­sibili”.

E qui ci troviamo a considerare uno dei più fondamentali, affascinanti e dibattuti problemi riguardanti l’evoluzione della specie umana. Non intendo addentrar­mici ma, per costruire la mia tesi, occorre che mi sof­fermi su un punto cruciale, fondamento di un vero e pro­prio salto evolutivo: intendo riferirmi alla rottura di quella continuità esistente fra ogni animale e il suo mondo naturale, di quella connessione garantita filogene­ticamente dalla rigida determinatezza che lega ogni sti­molo a una risposta adeguata, nella corrispondenza biu­nivoca di un repertorio codificato. È una frattura che spalanca il catastrofico baratro dell’indeterminatezza e, introducendo la necessità di compiere delle scelte e im­parare dei comportamenti, segna nell’uomo la nascita della “coscienza”: è lo spazio dove l’accumularsi dell’esperienza, attivamente concepita, rappresenta lo strutturarsi di un “codice culturale” atto a colmare, in­definitamente, la distanza creatasi nel progressivo al­lontanamento dell’uomo dall’ordine naturale di un codice genetico.

Per molto tempo il concetto di “cultura” ha rappresentato una discriminante decisiva per distinguere l’uomo dagli altri animali; oggi si sa che questo temine non discri­mina più: la scoperta della possibilità, per alcuni ani­mali, di accumulare e tramandare (non geneticamente) nuove abitudini e norme di comportamento, cioè l’esistenza di veri e propri “animali culturali”, rende necessario specificare, per l’uomo, delle differenze all’interno del concetto stesso di cultura. Ma questo, per fortuna, esula dal mio compito di oggi.

Intanto, se partiamo dal presupposto che la possibilità di sopravvivenza di ogni organismo vivente è innegabil­mente legata al livello di adeguatezza della sua connes­sione con il suo ambiente vitale, dobbiamo prendere atto del fatto che il neonato dell’uomo di oggi è paradossal­mente molto più “ignorante” del figlio dell’Uomo di Nean­dertal, e incommensurabilmente più sprovveduto e meno atto a una autonoma sopravvivenza di un qualsiasi in­setto che, al momento stesso della nascita, possiede già una completa “istruzione” sui significanti e significati del suo mondo.

Arnold Gehlen, che considera l’uomo un animale tanto im­perfetto, al confronto con gli altri, da apparire addi­rittura improbabile, descrive un processo di “esonero” mediante il quale l’uomo riuscirebbe a ridurre l’onere di questa sua inadeguatezza originaria: esposto dalla na­scita a una profusione di stimoli interni ed esterni a lui sconosciuti, il bambino: [7]

 

… è soggetto alla piena “senza scopo” di impressioni che lo raggiungono e che egli deve in qualche modo padro­neggiare. Non gli sta di fronte un ambiente in cui i si­gnificati sono articolati e istintivamente ovvi, ma un mondo dalla struttura imprevedibile, come “campo di sor­prese” che va elaborato, esperito con circospezione, prendendo ogni volta misure e provvedimenti: l’uomo deve con strumenti e atti suoi propri trasformare le condi­zioni deficitarie della sua esistenza in possibilità di conservarsi la vita.

 

Gehlen pone il fondamento della cultura umana pro­prio in questo processo di padroneggiamento e utilizza­zione del mondo della natura. Ma alla fine di tale pro­cesso, lì dove per l’animale c’è un ambiente naturale controllabile grazie ai suoi codici genetici, per l’uomo c’è un mondo relazionale istituito dai suoi codici cultu­rali. E per il singolo individuo l’acquisizione delle ne­cessarie “varia­zioni motorie controllate” assieme all’alto grado di sen­sibilità obbiettiva e autoriferita, secondo Gehlen: [8]

 

… creano il presupposto del formarsi di un mondo interiore, vale a dire di fantasmi di maneggi e di movimenti, di rappresentazioni di successi, di attese di impres­sioni, i quali tutti possono essere sviluppati e struttu­rati indipendentemente dal dato di fatto della situazione reale.

 

Come risposta cioè all’aperto e indeterminato effetto di stimolo rappresentato da tutto l’ambiente circostante.

Ed eccoci ritornati, per altra via, a quel mondo inte­riore, a quella realtà psichica totalmente strutturatasi nella dimensione dell’”immaginario”, cioè la dimensione nella quale si attiva e prende forma il desiderio. Parlo qui anche e soprattutto del desiderio “cosciente”, che in­terpreta soggettivamente il bisogno attraverso il con­vincimento che ciò che immaginiamo come oggetto del nostro desiderio rappresenti esatta­mente ciò di cui abbiamo bisogno e che, conseguentemente, guiderà la nostra azione verso quella data meta. Quanta parte del nostro comportamento, quindi, sarà direttamente determinata dalle “conoscenze” impresse nel nostro mondo immaginario?

E fino a che punto, allora, sarà legittimo o utile par­lare di “pulsioni istintuali”? Dice Allport: [9]

 

La teoria degli istinti, che afferma l’esistenza di in­clinazioni operanti precedentemente all’esperienza e in­dipendentemente dall’apprendimento, appare come una con­cezione biologica abbastanza rozza (se applicata all’uomo), che può tutt’al più offrire un quadro attendi­bile delle motivazioni del bambino e, pertanto, potrebbe solo servire come punto di partenza per una “teoria gene­rale della motivazione”. Una psicologia della personalità umana deve essere una psicologia del comportamento post-istintuale.

 

Ma da dove, allora, il nostro comportamento trarrà i suoi orientamenti se non proprio dai valori e dagli orienta­menti del mondo che noi stessi abbiamo concepito, ossia dai valori e dagli orientamenti del mondo che ci ha con­cepito? E così, come l’animale vivrà strutturato e conna­turato con le sue matrici genetiche, l’uomo vivrà strut­turato e connaturato con le sue matrici “familiari”, cioè con le sue matrici “culturali”, comprendendo estensiva­mente in questo termine tutto quanto egli assume e assi­mila del mondo che lo circonda.

Come ricorderete, all’inizio avevamo sottolineato il fatto che nelle sue esperienze di soddisfacimento il bam­bino assume, come costituente della traccia mnestica e della relativa “immagine”, non un “oggetto” più o meno inanimato ma una “situazione relazionale globale”, com­prendente cioè sé stesso e l’Altro in una inscindibile contestualità. Una contestualità che può essere posta alla base di quei processi di “identificazione introiet­tiva e proiettiva” che fanno assumere come indistingui­bilmente proprie intere parti che originariamente appar­tenevano al “mondo esterno”. Non mi riferisco, ovvia­mente, a dei semplici comportamenti imitativi che manten­gono distinguibile la propria identità da quella dell’Altro, ma un vero e proprio strutturarsi come iden­tico all’Altro in certe sue parti relazionali. Il rico­noscimento di queste identità identificatorie è ciò che si costituisce come scopo e come travaglio del lavoro analitico.

Nel corso dello sviluppo, infatti, mentre cambie­ranno via via i bisogni contingenti del bambino, non cam­bierà per un lungo periodo di tempo la sua dipendenza dal mondo fa­miliare per il loro soddisfacimento; per­tanto, se all’inizio le sue percezioni erano limitate essenzial­mente a esperienze sensoriali elementari (sapore, ca­lore, tatto, ecc.), in seguito diverranno le­gate a espe­rienze sempre più complesse perché compren­denti parti sempre più ampie del proprio orizzonte rela­zionale, che entreranno quindi a far parte integrante del “contenuto” dei desideri nel mondo della sua realtà psichica.

Ma il bambino, che dovendo alla nascita affrontare sol­tanto dei bisogni elementari potrà “intenzionare” il mondo circostante solo con i suoi semplici desideri so­pravvivenziali, si trova immerso in un mondo che è invece colmo, nei suoi confronti, di aspettative e di inten­zioni, molte delle quali preesistenti alla sua nascita o addirittura anteriori al suo stesso concepimento. E come se egli cominciasse, subito, ad assimilare con il latte anche l’esperienza di “modi di relazione” comprendenti desideri, valori, prescrizioni e divieti, che si costi­tuiscono come le matrici della sua personalità. E questa si costituisce anche come una delle principali modalità di trasmissione del codice culturale del suo gruppo di appartenenza. Una peculiarità dell’esperienza analitica, infatti, è la possibilità di riconoscere che i valori im­pliciti nel cosiddetto “esame di realtà”, quello che pre­siede alle nostre scelte e decisioni, sono in massima parte l’espressione di un patrimonio “ereditato” e fatto proprio.

Mi sono dilungato in queste considerazioni perché volevo porre le basi di un enunciato: “un individuo perfetta­mente integrato (“normale”) è quello che ha adot­tato le soluzioni comportamentali prescritte dal codice culturale del suo ambiente vitale”. Un comportamento sif­fatto, reso cioè prevedibile dall’adeguamento a un dato codice cul­turale, ha suggerito ad alcuni autori una ana­logia con i comportamenti animali, resi prevedibili dalla prescritti­vità di un codice naturale.

E così, quella cultura che sembrava segnare l’affrancamento dell’uomo dalla sua condizione di animale vincolato dalle leggi della na­tura tende, almeno da un certo punto di vista, a costituirsi come vin­colo altret­tanto potente per il singolo individuo, sia in un senso rigi­damente determinante, come nella “coazione a ripe­tere” o nella ripetiti­vità delle relazioni cosiddette transferali, sia, in un senso più ampio, come pre-dispo­sizione che tenderà a orientare significativamente le sue condotte relazionali.

Ma cosa c’è oltre l’orizzonte della cultura? Esiste per l’uomo una dimensione relazionale che non sia circo­scritta all’interno di una qualsiasi determinatezza già istituita? In altri termini, può l’uomo prescindere dai vincoli della dipendenza-appartenenza?

Il tentativo di dare una risposta a questi interrogativi, mi porta alla terza parte del mio compito, certo la più ardua: affrontare il concetto di “domanda” e specificarne le differenze e le connessioni con gli altri due termini considerati, bisogno e desiderio.

 

Quella attitudine esplorativa che, all’inizio, con­sente al bambino di scoprire il senso delle sue connes­sioni nel mondo della dipendenza, se da un lato trae ori­gine pro­prio dalla sua condizione “manchevole”, di “igno­rante” esposizione al bisogno, dall’altro è il fondamento del più straordinario attributo dell’uomo: la creatività. Senza l’indelimitabile potere di questa capacità dell’uomo, probabilmente l’umanità vivrebbe oggi a un livello evolutivo ancora prossimo a quello dei primati superiori, o di altri animali culturali. Le norme cultu­rali assolverebbero in pieno la loro funzione conserva­tiva e sopravvivenziale, le cui variazioni evolutive, prevalentemente legate a esigenze naturali, sarebbero rilevabili solo nei tempi lunghi di ere geologiche.

Nel suo libro sulla metamorfosi della scienza [10], Ilya Prigogine dice che noi viviamo ancora, o abbiamo vissuto fino a poco tempo fa, usando le tecniche che sono il frutto della rivoluzione neolitica: creazione o sele­zione di specie animali e vegetali, tessitura, ceramica, metal­lurgia. E sottolinea il fatto che lo sviluppo di queste tecniche presuppone nell’età neolitica una atti­vità di esplorazione delle risorse naturali e di ricerca empirica dei metodi per attivizzare le risorse; il che testimonia non solo l’esistenza di individui il cui spi­rito di os­servazione o di invenzione doveva certo valere quello dei grandi della nostra storia intellettuale, ma testimonia anche l’esistenza di società capaci di susci­tare, acco­gliere, conservare e perfezionare l’opera di questi inno­vatori.

Forse la creatività dell’uomo consiste nel sapere o sa­persi porre delle domande le cui risposte non sono conte­nute in un repertorio già dato.

Se ripensiamo a quanto già detto a proposito del bisogno e del desiderio, possiamo formularne una prima articola­zione con il concetto di domanda: come il mio desiderio interpreta il bisogno nella mia realtà psichica, così la mia domanda si fa interprete del mio desiderio nel mondo delle mie relazioni.

Nella sua forma più concreta, allora, la domanda rappre­senta il mio agire nel mondo, per trasformarlo e otte­nerne una risposta conforme al mio desiderio. È la lo­gica concatenazione che partendo dal bisogno vi ritorna per realizzarne il soddisfacimento. La condizione ideale possiamo rappresentarcela come il porre la domanda giusta al posto giusto, nel modo e nel momento giusti. Ma quanti sono i fattori capaci di interferire in questo processo, determinando imprevedibili complicazioni? In primo luogo, buona parte dei miei bisogni implicano necessariamente l’Altro; in secondo luogo l’immagine dell’Altro (che è entrata a far parte integrante della mia realtà psichica) si costituisce proprio come mio desiderio. E ciò rende pressoché indistinguibile cosa e quanto del mio desiderio sia, in realtà, frutto di una mia originaria identifica­zione con un bisogno altrui.

Per inciso, questa è una delle ragioni per cui, nel la­voro analitico, è così importante analizzare a fondo il significato del desiderio. E vorrei ricordare l’intima connessione, indicata da Freud, fra il desiderio, l’insorgenza del conflitto psichico e la sua concretizza­zione nel sintomo nevrotico, fino allo sconfinamento nello stato psicotico.

Quante volte, infatti, nell’esperienza clinica ci ren­diamo conto che la presunta “domanda” che il paziente ci rivolge non è altro che l’espressione della sua situa­zione conflittiva, oppure che il “sintomo” non è altro che la profonda distorsione di una sua qualche domanda non esprimibile altrimenti?

Vorrei allora riprendere le osservazioni di Erba a propo­sito del nostro vissuto, quando siamo interpellati con quelle che lui definisce “domande impossibili”, e ci tro­viamo cioè di fronte alla scomparsa dell’altro come in­terlocutore, come soggetto co-operante, oppure ci sen­tiamo letteralmente forzati dall’altro ad assumere un ben determinato ruolo nella relazione. Mi sembra di poter ri­conoscere, in questi casi, una situazione in cui siamo indotti dall’altro a identificarci con una sua rappre­sentazione immaginaria, per interpretarne la parte che ci viene assegnata. E, ovviamente, se quella fosse la nostra risposta non faremmo altro che entrare a far parte del mondo immaginario dell’altro. Per questo Erba definiva acutamente la psicoterapia come la possibilità di “dare una risposta possibile alle domande impossibili”. Credo che questa possibilità si dia, soprattutto, se si riesce a mantenere viva la curiosità e la tensione di ricerca nei confronti di tutta la ricchezza dei fattori che con­tribuiscono a formare una domanda impossibile (o a defor­mare una domanda possibile). Sembra che l’altro abbia perso la sua obiettività critica, o meglio abbia eclis­sato la sua capacità di porsi come “soggetto” in una re­lazione “inter-soggettiva”. Ma la dimensione relazionale intersoggettiva presuppone proprio il poter assumere com­piutamente una propria autenticità come soggetto e, nello stesso tempo, riconoscere l’alterità dell’Altro, appunto come soggetto-altro e non come parte di una propria re­altà psichica. Questa distinzione fra la propria sogget­tività e la soggettività dell’altro rappresenta il punto di arrivo di un lungo processo maturativo, che inizia con l’esperienza catastrofica della rottura di continuità fra Sé e il mondo, prosegue grazie alla costituzione di nuove connessioni col mondo (il “processo esonerante” di Gehlen, la “mediazione simbolica” di Franco Crespi), e termina con l’assunzione del proprio “limite” come fonda­mento di una relazione interpersonale. Sono queste le tappe esperienziali che, rappresentando in senso diacro­nico la storia di ogni individuo, rimarranno presenti, in senso sincronico, come costituenti la struttura stessa della sua personalità, dando luogo, secondo la loro emer­genza contingente, a differenti modalità di relazione.

In uno dei suoi lavori più significativi, Diego Napoli­tani [11] distingue tre modelli relazionali fondamentali: non potendo qui esporne la complessa articolazione nè tentarne una sintesi, ne traggo soltanto uno spunto de­scrittivo che mi aiuterà a indicare come Napolitani pone nella giusta prospettiva le dimensioni del bisogno, del desiderio e della domanda.

Il primo modello, definito “Sistema Transpersonale Proto­mentale” (con esplicito riferimento alla accezione bio­niana di questo termine), descrive la dimensione del rap­porto che si fonda sul “bisogno primario di esserci”, ed è caratterizzato da un legame affettivo totalizzante, all’interno del quale il e il non-Sé sono indistin­guibilmente confusi. Pervasa da una tensione di “eccita­mento creativo”, questa relazione è sottesa sostanzial­mente da una esigenza fusionale. In questa dimensione re­lazionale, il cui registro esperienziale è legato al mondo del “Reale”, si colloca l’origine del “bisogno”, con la catastrofica angoscia di frammentazione conseguente alla esperienza di perdita o di rottura di una “conti­nuità monadica”. Un tipico esempio ne è la condizione di “innamoramento”.

Il secondo, definito “Sistema Transpersonale dello Assoggetta­mento”, concerne il rapporto che nasce dall’esperienza di un bisogno sopravvivenziale legato alla condizione di oggettiva dipen­denza origina­ria, e ri­guarda perciò il mondo delle rappresentazioni immagina­rie co­stituitesi attraverso l’esperienza di soddisfaci­mento. Il campo è sostan­zialmente dominato dal desiderio di “possesso”, nel senso dell’appropria­zione/espropria­zione; è cioè il mondo della “appartenenza” e del “po­tere”, organizzato sulla base delle trame identificato­rie. È quindi il mondo delle norme comportamentali codi­ficate da un “potere desiderante”, della dipendenza e della contro-dipendenza, della compia­cenza e della con­trapposizione, del rapporto sovrano/suddito o pa­drone/schiavo. È in questo ambito esperienziale che si colloca l’origine immaginaria del “desiderio”. I fattori costitutivi di questa dimensione relazionale sono il fon­damento e il contenuto delle si­tuazioni “transfe­rali”.

Il terzo modello è quello della “Relazione Inter­personale Progettuale”. Mentre nei due modelli precedenti l’individuo vi compare come parte di un sistema, in un rapporto di necessaria continuità con le altre parti del sistema stesso, questa modalità relazionale presuppone invece un soggetto dotato di una sua propria identità au­tonoma, capace quindi di stabilire un rapporto di conti­guità, cioè di “scambio” col mondo. Fondato sulla capa­cità e non sul potere di assoggettamento o di appropria­zione, questo scambio comporta la tollerabilità (“depres­siva”) del pro­prio limite individuale, cioè la consapevo­lezza della propria non-onnipotenza. In questa prospet­tiva, quella “curiosità” e quella attitudine “riflessiva” che originariamente hanno consentito al bambino di risol­vere il problema della propria sopravvivenza at­traverso le sue scoperte del mondo, possono consentire all’uomo, se esonerato dall’assillo del bisogno sopravvi­venziale, di proporsi al mondo con una sua “domanda” in una rela­zione proget­tuale, dialogica.

Ed è questo, per ritornare al discorso di Erba, il mondo delle risposte possibili.

Dovrebbe ora essere più comprensibile come le do­mande im­possibili provengano o da un bisogno non inter­pretato, che ci lascia impotenti di fronte a una ango­scia di frammentazione, oppure da una istanza desiderante non simbolizzata, che si appropria di noi in forza di una identificazione immaginaria.

Ma, allora, esistono solo domande che sono l’espressione, adeguata o deformata, di un bisogno? Direi di no, nella misura in cui il nostro rivolgerci al mondo non è unica­mente riconducibile a una mera necessità di sopravvi­venza, ma è anche l’espressione di una nostra at­titudine creativa, di rinnovamento, di rifondazione del già dato, che si “progetta” al di là del già noto. Tutto il baga­glio della nostra conoscenza, del nostro “sapere-il-già-noto”, è infatti per ciascuno di noi la somma di una enorme quantità di “risposte” ad altrettante domande, ap­prese per esperienza propria o frutto di esperienze al­trui, codificate e memorizzate in un repertorio che, nella vita quotidiana, ci consentirà di adottare le solu­zioni più vantaggiose, senza doverle ogni volta ri-inven­tare.

Se ogni volta che voglio bere un caffè dovessi in­ventare il fuoco credo proprio che rinuncerei al caffè o meglio, forse, non ne conoscerei ancora neppure il sa­pore. Ciò che imparo a conoscere dell’altro può consen­tirmi, nel rapporto, di trovare l’interazione più ade­guata.

Il problema nasce dal fatto che, in questo reperto­rio, in questa specie di “software”, insieme con solu­zioni ade­guate e vantaggiose, sono registrate istruzioni inade­guate e svantaggiose (come delle “subroutine” con errori di programmazione o impropriamente assunte da al­tri pro­grammi), dalle quali traggono origine i nostri compor­tamenti relazionali “ab-normali”; dato il partico­lare ambito del nostro lavoro quotidiano, è prevedi­bile il fatto che ci troveremo prevalentemente a intera­gire con queste ul­time. E questo non perché le per­sone che si rivolgono a noi siano necessariamente prive di ca­pacità creative, progettuali, artistiche, ma perché tali poten­zialità pos­sono essere in tutto o in parte imbri­gliate, come dice Napolitani, da un eccedenza del bisogno o dal dilagare delle rappresentazioni di un imma­ginario non sufficiente­mente reinterpretato. In questo tipo di rela­zione, che a buon diritto potremmo definire transfe­rale anche se è al di fuori di un setting anali­tico, anche le do­mande saranno ri­conoscibili come appartenenti a un”co­pione di trame drammatiche” stereotipate, ripe­titive, so­stanzialmente acritiche e desemantizzate.

Per tutto ciò concordo pienamente con Sergio Erba sulla necessità di “interpretare” correttamente le do­mande impos­sibili per offrire una “risposta terapeutica”. Vorrei però fare una precisazione: non è sufficiente il fatto di non cadere nella trappola di una risposta mera­mente “im­maginaria” o “controtransferale” per riconoscere il va­lore terapeutico di un intervento. Infatti, nel mo­mento in cui si riconosce la “istruzione errata” del co­dice comportamentale del paziente, ci si offrono soprat­tutto due alternative: tentare di “correggere” il compor­tamento “sbagliato” attraverso la somministrazione di una “istru­zione sostitutiva esatta”, codificata in parole o far­maci, oppure, quando possibile, tentare la via certo più coinvolgente e impegnativa che, attraverso la sco­perta di un senso nella apparente insensatezza e conflit­tualità delle domande impossibili, consenta al soggetto di formu­lare al mondo le sue domande possibili.

 

(*) Relazione presentata al seminario residenziale del Ruolo Terapeutico, Abano Terme, maggio 1985.

[1] Freud S., (1899) Psicologia dei processi onirici. “Opere”, vol.3, p.515, (Boringhieri, Torino).

[2] Freud S., (1920) Al di là del principio del piacere. “Opere”, vol.9, p.195, (Boringhieri, Torino).

[3] Freud S., (1925) Inibizione, sintomo e angoscia. “Opere”, vol.10, p.301, (Boringhieri, Torino).

[4] Freud S., (1895) Progetto di una psicologia “Opere”, vol.2, p.222, (Boringhieri, Torino).

[5] Freud S., (1899) Psicologia dei processi onirici. “Opere”, vol.3, p.516, (Boringhieri, Torino).

[6] Freud S., (1899) Psicologia dei processi onirici. “Opere”, vol.3, p.517, (Boringhieri, Torino).

[7] Gehlen A., “L’Uomo”, p.63 (Feltrinelli Milano, 1983)

[8] Gehlen A., op. cit., p.70

[9] Allport G.W., Personality: a Psychological Interpretation, (Constable London, 1949)

[10] Prigogine I., Stengers I., La nuova alleanza (Einaudi,1981)

[11] Napolitani D., Individualità e gruppalità (Boringhieri, 1987)

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Bisogno desiderio domanda – Luciano Cofano