BLUE WHALE & Co. IL COMPLESSO MONDO DEI SOCIAL:  FACILE ALLARMISMO O PREOCCUPAZIONE FONDATA?

Qualche considerazione preliminare. La prima è che Internet è parte integrante delle nostre vite, nel bene e nel male. La seconda è che nessuno strumento è di per sé totalmente positivo o negativo, perché dipende dall’uso che se ne fa. Anche la tecnologia informatica, rispetto alla quale vi sono due opposte visioni: una che la idolatra e l’altra che la demonizza. Curiosamente, però, entrambe convinte che essa abbia il potere intrinseco di influenzare tutte le persone allo stesso modo, azzerandone l’unicità. E questo è “determinismo tecnologico”, variante del pensiero magico. La terza considerazione è che non tutti gli adolescenti hanno una relazione così insana con la tecnologia da poterla definire dipendenza. Il più delle volte usano i social per comunicare in modo informale con persone con cui hanno molto in comune e che frequentano abitualmente nella vita. Da ultimo, molti adulti partono dal presupposto che la loro infanzia sia stata più bella e più sicura di quella contemporanea mediata dalla tecnologia, anche se, dati alla mano, il più delle volte si tratta di un’illusione alimentata da nostalgia e paura.

Riflettiamo su alcuni dati statistici tratti dal Corriere della Sera del 9 / 2 /16. Da uno studio recente si evince che in Italia ogni adolescente passa almeno quattro ore al giorno online e che ogni 36 ore c’è una vittima di molestie e adescamenti. La stessa fonte cita l’esistenza di 4,2 milioni di siti dove comprare ecstasy a basso costo, con consegna veloce. Per questo il MIUR in collaborazione con la Polizia di Stato e l’Università di Firenze ha istituito la giornata della sicurezza in rete che si celebra il 9 febbraio, oltre che un sito, oggi non più attivo, in cui degli esperti rispondevano alle domande di ragazzi e genitori in difficoltà. In realtà, navigandoci, sembrava più fruibile da un pubblico adulto. In genere gli adolescenti, in caso di necessità, si rivolgono prima di tutto ai coetanei.

Ancora due osservazioni imprescindibili a contestualizzare il fenomeno in questione per non  confondere le cause con gli effetti. La prima è ricordare che i bambini sin dalla nascita sono dotati di competenze relazionali. Cioè ricercano la relazione, che diventa un bisogno primario come acqua e cibo. Tra l’altro il pre-incontro ecografico ha reso ancora più precoci le attribuzioni di loro presunti intenti comunicativi, da parte degli adulti. Inoltre nella famiglia “affettiva”, così come viene definita quella odierna, la cifra della relazione educativa è rappresentata dalla salvaguardia del legame con i figli, prerequisito per una crescita felice. Tanto che per preservare l’intensità del rapporto, poiché la quotidianità tiene lontani, si organizzano delle buone separazioni. La seconda osservazione è che l’attuale popolazione di bambini e adolescenti, i cosiddetti “millennials”, cioè generazioni nate tra il 1980 e il 2000, è di madrelingua Internet, poiché nata e cresciuta in un mondo abitato dalla tecnologia. Addirittura il mondo virtuale entra nelle loro vite ancor prima della nascita. Penso all’ecografia morfologica, che spesso diventa la prima foto di un album di ricordi.  Accade così che la rete rappresenti la terza famiglia, dopo quella naturale e quella del gruppo dei pari in carne ed ossa; costituendo un ulteriore spazio di incontro e relazione. Non solo. Poiché le mamme moderne sono prima di tutto donne occupate professionalmente, dovendo separarsi precocemente dai figli, spesso con fatica e qualche senso di colpa, imparano ad utilizzare la tecnologia come surrogato della relazione: il corpo è assente ma le menti restano ben collegate. Questo spiegherebbe l’enorme diffusione dei cellulari tra i bambini piccoli: “cordoni ombelicali o guinzagli elettronici?”, si chiede qualcuno. Un’altra strategia, individuata dalle mamme moderne per ridurre le sofferenze – di chi? – causate dalle separazioni precoci, è promuovere presso i figli la compagnia di amichetti conosciuti a scuola o ai giardini, con l’intento di annetterli alla famiglia. Poi accade misteriosamente, agli occhi dei figli divenuti ormai adolescenti, che quelli che fino a giugno erano considerati degli innocui e frequentabili giardinetti, a settembre, con l’inizio del nuovo ciclo di studi, si trasformino in “parchetti”. Espressione che veicola tutti i rischi che li abitano, verso cui scatta la più ferrea delle interdizioni genitoriali. Succede inoltre che la virtualità relazionale, nata all’interno dei legami familiari, si sposti fisiologicamente dal rapporto con la madre al rapporto con i coetanei. Infatti gli odierni adolescenti sembrano non tollerare la dimensione del silenzio e della solitudine, tanto che sopportano la distanza fisica dalle persone affettivamente significative, solo se sono a portata di voce. Inoltre una caratteristica di questa fase storica è il rapporto paradossale che intercorre tra i giovani e la noia. Da un lato essi sembrano posseduti da una profonda noia esistenziale che affonda le radici nell’incertezza del futuro e nella perdita della capacità desiderante, perché vengono anticipati in ogni loro richiesta. Dall’altro, non riescono fisicamente ad annoiarsi, perché hanno una vita fittissima di attività. Che, forse, li preservano da droga e cattive compagnie, ma non stimolano certamente la loro progettualità. Sta di fatto che incontrarsi di persona per il gusto di trascorrere del tempo insieme in un contesto non strutturato, come lo sono invece palestra, oratorio e doposcuola, diventa sempre più difficile. Vuoi a causa dei numerosi impegni, vuoi a causa delle distanze che spaventano i genitori. Ecco che allora i social diventano un comodo spazio per sperimentare la realtà esterna senza spostarsi da casa. Comodo per tutti, genitori e figli.

Veniamo ora ai bisogni dei giovani come: condividere informazioni, oscillare tra dipendenza e indipendenza, trovare il proprio posto nella società, difendere la propria privacy. Curiosamente essi sostengono di avere più privacy sui social che non a casa, dove si sentono spiati da genitori e fratelli. E se per noi adulti privacy vuol dire non mettere in piazza i fatti personali, per gli adolescenti invece significa depistarci per non essere controllati, con la scusa che ci preoccupiamo per loro. Ulteriori bisogni degli adolescenti sono: avere visibilità sociale, costruire la propria identità e cercare consenso nel quotidiano. Anche attraverso un “like”. Perché è comunque un “Mi piace” che ha il potere di aumentare l’autostima e la considerazione di sé, oltre ad attivare nel cervello gli stessi centri del piacere. Come si evince da un recente studio. Personalmente ritengo sia fondamentale distinguere i bisogni dei giovani, gli stessi di sempre, dalle modalità in cui vengono espressi e soddisfatti. Che dipendono invece dal particolare momento storico. Un tempo si viveva nei cortili, nelle strade, al telefono. E nessuno si sognava di parlare di dipendenza da telefono come di un qualcosa di patologico.

Un discorso a parte meritano le “istruzioni manualistiche” per difendersi dalle insidie del web, richieste a gran voce da mamme e papà. Vexata quaestio per psicoterapeuti, a maggior ragione se di orientamento psicoanalitico. Perché per esperienza sappiamo che ragazzi della stessa età, avendo caratteristiche di personalità e storie peculiari, affrontano i compiti evolutivi in modo diverso. Trovo che l’immagine della scultura in gesso dell’orecchio gigante, con la scritta “zona audio sorvegliata”, sia una buona metafora dello smarrimento e della solitudine dei genitori odierni. Che, alle prese con le imprevedibili sperimentazioni adolescenziali, si sforzano di fare la voce grossa soprattutto laddove i confini delle azioni sono più incerti, come nel web. Aggiungiamoci pure che oggi la famiglia non ha più il monopolio dei valori etici, in quanto altre agenzie senza mandato educativo le fanno concorrenza sleale. Da un lato, proponendo modelli identificatori più allettanti; dall’altro, amplificando la cultura della paura. Così il loro smarrimento aumenta, anche perché il gruppo dei pari acquista sempre maggior influenza agli occhi dei figli. Dunque è comprensibile che siano perennemente in bilico tra una modalità più rispettosa della loro privacy e una più controllante. Come sbirciare i profili FB, gli sms, frugare nelle tasche, nei cassetti alla ricerca di erba o sigarette. Quando mi interpellano chiedendomi se sia così terribile spiare i propri figli, rispondo che non è propriamente educativo, perché inadatto a costruire legami basati sulla fiducia. Ciò detto, nutro il massimo rispetto per quelle mamme e quei papà che vengono nel mio studio, dicendomi: “sento” che mio figlio si sta mettendo nei guai. Nel tempo ho imparato a prendere molto seriamente quelle preoccupazioni apparentemente non suffragate da dati oggettivi, che però affondano le radici nel legame profondo genitore-figlio. Che va al di là delle parole. Allora la questione diventa: che fare dei “corpi del reato” eventualmente rinvenuti? Posso dire, se mai, qual è secondo me l’unica cosa da non fare: ostentare indifferenza. Credo che la mancata comunicazione, oltre ad aleggiare come un fantasma inquinando i rapporti, non inviti alla chiarezza. Tuttavia il genitore, consapevole di aver tradito un patto, teme di perdere la fiducia del figlio. Cosa peraltro probabile, almeno temporaneamente. E se non riesce a tollerare una simile evenienza, è meglio che non “frughi”. Perché se lo fa, deve andare fino in fondo. Cioè spiegare il motivo del suo comportamento, esplicitare cosa ha rinvenuto e soprattutto come intende procedere da lì in avanti. Il che equivale a rivendicare il proprio ruolo educativo, introducendo nella relazione il concetto di responsabilità. E restituendo ai figli quella delle proprie azioni. L’omissione, viceversa, si configura come una richiesta inconsapevole di omertà, che serve a placare le proprie ansie. I figli, dotati di antenne sensibilissime, intuiscono ed eseguono fedelmente. Non chiedendo e tacendo ciò che li preoccupa. Se da un lato il controllo anestetizza l’ansia degli adulti, dall’altro non ne consolida l’autorevolezza. Che è il requisito indispensabile per diventare degli interlocutori attendibili. Va detto poi che l’adolescenza è per definizione l’età della veridicità. In cui è necessario conoscere la verità sulle proprie origini, sulla propria nascita, su cosa accade davvero tra i genitori. Quasi mai un segreto familiare svelato con accortezza risulta di intralcio alla crescita: al contrario, aiuta a elaborarne mentalmente e affettivamente le fatiche.

È indubbio che la diffusione di Internet richieda ai genitori uno sforzo ulteriore, come rimanere aggiornati, visto che la tecnologia procede a passi da gigante. Il che consentirebbe loro di insegnare ai propri figli un uso più consapevole dei mezzi informatici. E poi di provare a incuriosirsi, vincendo la comprensibile ritrosia. Ad esempio interrogandosi su cosa rappresenti Internet, in termini di rischi e opportunità. Perché è pur vero che abbattendo i confini geografici, introduce l’incertezza, mentre i genitori preferiscono sapere dove e con chi stanno i propri figli. Che aumenta la visibilità, la diffusione e la persistenza dei contenuti da essi postati, ma nulla vieta che possa servire anche a realizzare dei compiti evolutivi. La relazione virtuale potrebbe rappresentare un collaudo della capacità di costruire relazioni fondate su reciprocità e scambio, cominciando a mostrare il vero sé, senza il timore di abbagliare o disgustare gli interlocutori con la propria immagine. Non solo. Poiché non tutti i social sono uguali, potremmo cominciare a chiederci perché nostro figlio preferisca FB a Instagram, Ask o Badoo. Perché scelga proprio quell’avatar, cioè quell’identità tra le tante possibili. Perché proprio quel videogioco. Cosa lo appassiona in rete. Da studi recenti emerge che il più delle volte gli adolescenti si mettono in situazioni rischiose da vittime consapevoli, vuoi per noia, vuoi per provocazione, vuoi per rabbia perché sui social le vite degli altri appaiono loro ineguagliabili. La vera domanda allora diventa: cosa ci stanno chiedendo con questi comportamenti? Di essere visti? Perché se così fosse, imparare a cogliere le tracce che lasciano in rete, ci potrebbe aiutare a comprendere le difficoltà che stanno vivendo. Mi aggancio a questo per introdurre la controversa vicenda “Blue whale challenge”, un cortocircuito in cui tuttora è difficile capire se un caso isolato di suicidio adolescenziale sia diventato leggenda metropolitana, oggetto di marketing virale, strumentalizzazione politica o tutte queste cose insieme. Di Blue whale si è parlato concitatamente prima dell’estate. Poi, dopo lo scalpore iniziale, sulla vicenda è calato un silenzio assordante; come spesso accade quando le emozioni, alimentate da un certo giornalismo d’assalto, rompono gli argini. Molti genitori terrorizzati sono passati senza soluzione di continuità dal controllo ossessivo dell’account Facebook dei propri figli, vigilando che non comparissero immagini di balene o farfalle. O peggio ancora, che non le avessero incise sulle braccia, alla scoperta che verosimilmente si trattava di una bufala colossale. Ma andiamo per ordine. Tutto ha inizio con la tesi esposta dalla giornalista russa, Galina Mursalieva, secondo cui un grande social media russo, VK, popolare quanto Facebook da noi, sarebbe collegabile agli oltre centotrenta casi di suicidio adolescenziale avvenuti in Russia tra il novembre 2015 e l’aprile 2016 e propagatisi successivamente in altri Paesi europei, tra cui l’Italia. La causa, i cosiddetti “gruppi della morte”, che avrebbero condotto “sistematicamente e costantemente” al suicidio molti degli adolescenti iscritti, adoperando farfalle e balene come simboli di vite effimere. Sempre secondo la Mursalieva, l’ingaggio probabilmente avveniva così. Un giovane che decide di porre fine alla propria vita, segnala la sua intenzione con un hashtag convenzionale su un social network. VK, nella fattispecie. L’amministratore gli assegna una serie di compiti, che consistono in atti autolesionistici di gravità crescente, fino a istigarlo al suicidio. Nel tempo, però, si appura che l’inchiesta giornalistica si basa esclusivamente sulla testimonianza di persone emotivamente coinvolte, come le madri di adolescenti suicidatisi, che imputano il gesto irreparabile dei loro figli ai “gruppi della morte”. È comprovato che i suicidi in età adolescenziale rappresentino un gravissimo problema, spesso riconducibile a difficoltà familiari, bullismo, mancanza di sostegno psicologico. Tuttavia il fatto che dei suicidi siano iscritti a gruppi on line che parlano di suicidio mostra l’elevato interesse per questa tematica. Ma non è tout court una prova di istigazione al suicidio. Gruppi che parlano di suicidio in rete sono sempre esistiti: alcuni col proposito di dissuadere, altri per mettere in contatto persone accomunate dalla sofferenza e anche qualcuno, ahimè, con lo scopo di  esercitare cyberbullismo su persone deboli. Dunque i social hanno certamente un grave impatto su chi è già a rischio e non ha nessuno con cui parlare. Ciò detto, il merito del polverone sollevato dalla giornalista russa è di aver ottenuto la chiusura di quei siti inneggianti al suicidio e l’arresto del loro amministratore. Che si è rivelato essere un giovane ventunenne, coetaneo delle presunte vittime che, senza un piano preciso in testa se non quello di divertirsi alle spese di ragazzi fragili, da lui considerati rifiuti della società, ha creato un gioco che gli è sfuggito di mano. Una prima considerazione da fare è che tutto ciò che riguarda il web impiega pochi istanti a diventare virale. Dunque il punto non sembra essere l’esistenza o meno del gioco incriminato, ma il potenziale dannoso della diffusione a livello globale di notizie false, soprattutto per chi è emotivamente più vulnerabile. Quindi è fondamentale che i giornalisti comunichino le notizie in modo corretto, trovando un giusto equilibrio tra il diritto di informare e il rischio di causare danni; evitando di selezionare solo quelle notizie che confermano il proprio punto di vista, non rivelando dettagli morbosi e non ammantando le giovani morti per suicidio di un’aura romantica. Sia per scongiurare l’effetto emulazione che per impedire la manipolazione di notizie. Come sembra essere accaduto in Russia, da parte di chi aveva interesse a enfatizzare il lato oscuro del web.

Un’ultima riflessione su genitori e figli alle prese con il Web. Sarebbe preferibile che l’affiancamento dei figli all’uso di Internet partisse dall’infanzia per proseguire, aggiustando il tiro, durante l’adolescenza. Trasformandolo da bisogno insopprimibile di controllo a spazio di relazione. Ragionando insieme sul rischio implicito nell’azzeramento del senso del limite spazio-temporale e delle identità possibili, con cui nella vita necessariamente ci si misura. Sul fatto che la costruzione di un profilo sui social è un atto collettivo e non individuale. Penso ai commenti lasciati da altri, alle condivisioni, alle foto da cui si è taggati, al fatto che molti leggono senza lasciare traccia. Sul fatto che ci si abitua ad elaborare pensieri fulminei, da diffondere istantaneamente, perdendo la prospettiva a lungo termine. Sull’incertezza del confine tra mondo digitale e reale, in cui le nostre azioni hanno delle conseguenze che non possono essere azzerate da un semplice “canc”.

di Fulvia Ceccarelli

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Il complesso mondo dei social

BIBLIOGRAFIA:

 

L’ospite inquietante di Umberto Galimberti (2007)

La morte del prossimo di Luigi Zoja (2009)

Ho 12 anni faccio la cubista e mi chiamano principessa di Marida Lombardo Pijola (2007)

It’s complicated di Danah Boyd (2014)

Digital stress da L’Espresso n.43 del 23 agosto 2013

I nuovi adolescenti di Gustavo Pietropolli Charmet (2000)

Togliamo il disturbo di Paola Mastrocola (2011)

Adolescenti navigati di Matteo Lancini (2015)

Blue whale: storia di una psicosi di Sofia Lincos www.queryonline.it

Blue whale: la leggenda urbana, gli errori delle Iene e come i media dovrebbero parlare di suicidio di Valigia Blu info@valigiablu.it