Corruttori e corrotti. Ipotesi psicoanalitiche

(a cura di) Laura Ambrosiano e Marco Sarno

Prefazione di Adolfo Ceretti – Mimesis Ed.

 

Questo libro tratta un tema pregnante nel nostro vivere civile. Ben oltre la corruzione spicciola che siamo tutti in grado di riconoscere come tale, quella delle bustarelle, delle clientele, degli ingranaggi da oliare, gli Autori esplorano la corruzione come funzionamento psichico profondo, che si declina nei comportamenti familiari e collettivi, che è divenuta una vera e propria patologia di sistema.

Che la riflessione sia condotta a partire dall’esperienza clinica o facendosi ispirare dalla letteratura o dalla cronaca, quel che viene messo sotto la lente d’ingrandimento sono degli sbiechi dell’animo, situazioni dove i meccanismi corruttivi sono stanati in manifestazioni non così facilmente riconoscibili come tali.

Ci viene mostrato come possa essere corrotta la funzione genitoriale (o educativa) quando un adulto cresce un figlio (o un allievo) cercando di plasmarlo secondo i propri bisogni, quando lo lega a sé per il proprio desiderio, invece di esercitare una più naturale funzione emancipatoria di chi cresce l’altro secondo le sue attitudini e capacità per poi mandarlo libero nel mondo. Oppure viene ripercorsa la vicenda dell’impresa Eternit e della comunità di Casale Monferrato, che per decenni visse – e purtroppo morì – sull’economia della lavorazione del cemento e dell’amianto. Anche in questo caso la riflessione non riguarda chi, per logiche di profitto, calpestò i diritti e anche la salute delle persone, ma le vicende psichiche di quei cittadini che a lungo negarono, anche davanti ai dati dell’incidenza dei tumori nella zona, la consapevolezza che la fonte del reddito che dava da vivere alla propria famiglia era contemporaneamente il veleno che la uccideva.

È nell’attenzione a questi risvolti che il libro si fa strumento di pensiero, permettendoci di farci carico della questione al di là dei proclami, delle forme deteriori del vittimismo o del relegare all’esterno la devianza, incorniciando “i corrotti” come altro da noi e preservando così la nostra immagine. Esplorare la corruzione dal punto di vista di chi la esercita, di chi la subisce e di chi vi collude, di chi cioè, adeguandosi, la riproduce e la rafforza – la zona grigia di cui parlava Primo Levi – ci aiuta a riconoscere come certe tendenze ci riguardino tutti. Diventa meglio riconoscibile come la corruzione si annidi là dove è inibito l’esercizio di un pensiero autonomo, questione particolarmente rilevante in un’epoca come la nostra, nella quale la spinta a emergere per uscire dall’anonimato finisce così spesso con il consegnarci all’adesione conformistica a modelli massificati.

Il male contemporaneo sta nella sua opacità esistenziale, in un pensiero spesso privo di spessore e incapace di sostenere il conflitto, il dolore mentale, la caducità e la pluralità complessa del reale con le sue continue tensioni etiche. In questo clima la corruzione è diventata una sorta di “retorica totalitaria”, il “così fan tutti” dal potente effetto uniformante su di un unico stile di vita omologato, che fa venir meno la possibilità di un vero dissenso e la speranza che si possa vivere altrimenti.

Non si tratta tanto di esprimere un giudizio morale sulla nostra società, piuttosto di poter cogliere che cosa, nell’ethos collettivo, risulti disfunzionale alla crescita psichica e impedisca una libera soggettivazione delle persone. Il pensiero analitico è un osservatorio molto particolare su queste tematiche, non solo perché è abituato a guardare alla superficie ascoltando in profondità, ma perché è una pratica di soggettivazione, che oppone all’apnea del pensiero la tenace promozione di un’attività significante, l’importanza generativa (e curativa) di uno spazio psichico come area trasformativa dove si inseriscono il conflitto e la comprensione emozionale.

È un’eredità freudiana la distinzione fra aspetti morali ed etici e l’esclusione di un discorso normativo, ma la conoscenza della conflittualità profonda dell’individuo, specie quella inconscia, può portare uno specifico contributo di riflessione, perché “la relazione analitica è fondata sull’amore della verità, ovverosia sul riconoscimento della realtà, e tale relazione non tollera né finzioni né inganni” (Freud 1937, p. 530-31). La verità cui si riferisce Freud non ha a che fare con la superiorità di un certo sistema morale, ma con l’impegno del lavoro interiore dell’analisi di smascherare le illusioni e promuovere una consapevolezza che, sola, può permetterci scelte più responsabili.

Questo ci rende “soggetti” piuttosto che individui “assoggettati” a modalità o stili di vita cui aderire senza elaborazione personale, questo ci fa “soggetti politici” – se diamo a questo termine l’accezione che ne dava Gramsci di soggetti attivi nel proprio mondo -, consapevoli che la possibilità di un mondo migliore passa dalla buona cura di ciascuno della propria parte.

Così da terapeuti, non meno che da cittadini, il piano trans-soggettivo dell’esperienza è un’area importante da interrogare sia per comprendere la contaminazione dei conflitti psichici con i fenomeni di ordine culturale sia perché ogni terapeuta è inserito nel medesimo contesto sociale dei propri pazienti, e la mancata analisi di questi aspetti in sé può far perdere di vista l’effetto di influenzamento che certi meccanismi corruttivi della funzione del pensiero sono in grado di provocare sulla nostra strumentazione di bordo.

Riflettere sulla nostra posizione rispetto all’area del disagio della civiltà è un indicatore epistemico interessante, perché ci obbliga a interrogarci su ciò che riteniamo funzionale alla crescita psichica degli individui e ciò che invece, come i meccanismi corruttivi, oblitera le possibilità di una buona individuazione. In particolare nello spazio di responsabilità della nostra pratica, il delicato equilibrio fra il rispetto dell’autodeterminazione e la funzione disalienante, che è insita nello strumento analitico, è una tensione etica tutt’altro che priva di complessità.

 

Daniela Federici

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