Continua l’appuntamento mensile con Roberto Mancini e le sue “Idee eretiche”, la rubrica che cura per la rivista “Altraecononomia“, un’importante realtà cooperativa legata al mondo del commercio equo e solidale. La rivista, nata nel 1999, è arrivata al numero 180 e proprio questo mese ha rinnovato profondamente la sua veste grafica e aggiunto nuovi contenuti. “Altraecononomia” è venduta in edicola e per la strada: in questo caso dei 4 euro del prezzo di copertina 3 vanno al rivenditore! Per quelli, fra i nostri lettori, che non lo conoscessero, Roberto Mancini è docente di Filosofia teoretica all’Università di Macerata e insegna Economia umana all’Accademia di architettura dell’Università della Svizzera italiana a Mendrisio. E’ autore di numerosi libri fra quali citiamo gli ultimi editi da FrancoAngeli: “Ripensare la sostenibilità – Le conseguenze economiche della democrazia” e “Trasformare l’economia – Fonti culturali, modelli alternativi, prospettive politiche”. Ma Roberto Mancini è soprattutto, per noi, un grande e insostituibile amico del Ruolo Terapeutico

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Dieci ragioni per votare NO al referendum costituzionale. Le indico considerando contesto, metodo e merito del problema.

Il contesto è riassumibile osservando che è in atto da tempo un globale processo di sottrazione di democrazia ai popoli e di concentrazione del potere nelle mani di un manipolo di speculatori e di politici collaborazionisti. La riforma Renzi – Boschi è necessaria all’attuazione del progetto di concentrazione del potere. Perciò i potentati finanziari globali hanno ammonito il popolo italiano, dicendo che con la vittoria del sì ci saranno investimenti e crescita, con quella del no ci sarà la paralisi del Paese e la fuga degli investitori.

Le ragioni di merito per votare NO sono le seguenti.

  1. La riforma senza motivo nega ai cittadini la facoltà di eleggere i membri del Senato, ma nel contempo attribuisce a esso funzioni legislative comunque decisive, tra cui quella di un’eventuale revisione costituzionale.
  2. La riforma punta a una governabilità senza rappresentatività. Vede i cittadini e il Parlamento come un intralcio e s’inventa l’esigenza di dare ancora più potere a chi governa, quando in realtà i governi più recenti, compreso l’attuale, hanno deciso senza problemi le missioni militari all’estero, i tagli alla sanità, all’istruzione e alla ricerca, la riforma Fornero, l’inserimento del pareggio di bilancio nella Costituzione, la “Buona Scuola”, il Job’s Act magari tra poco il Ponte sullo Stretto.
  3. La riforma riduce le prerogative del Parlamento (e, in esso, soprattutto delle opposizioni) e, nell’incastro con la riforma della legge elettorale, muta geneticamente la forma di governo, introducendo una sorta di presidenzialismo estremo.
  4. La riforma prevede che i futuri senatori saranno nominati tra i consiglieri regionali o i sindaci, con l’esorbitante pretesa che siano soggetti capaci di svolgere bene e simultaneamente funzioni così complesse e impegnative. Attribuisce a questi senatori nominati dai capi-partito e non dai cittadini l’immunità parlamentare. I costi di questa struttura si annunciano non inferiori a quelli attuali.
  5. La riforma riduce competenze e autonomia delle regioni, liquidando il decentramento. Con ciò il governo impedisce la realizzazione di una vera riforma che unisca alla rappresentanza tramite partiti alla Camera, la rappresentanza per comunità territoriali al Senato.
  6. La riforma, anziché semplificare il funzionamento del Senato, lo complica prevedendo almeno sette tipologie diverse di votazione delle leggi.
  7. La riforma modifica completamente la seconda parte della Costituzione, che configura criteri e procedure per attuare la prima parte, riferita ai principi fondamentali della vita democratica. In questo modo di fatto compromette anche la prima parte.

A queste ragioni ne vanno aggiunte altre tre, che stavolta sono di metodo.

  1. La riforma scaturisce da un colpo di mano della maggioranza, in pratica quasi solo della maggioranza del Partito Democratico (nemmeno di tutto il partito), cosicché si vuole riformare la Costituzione con un metodo anticostituzionale e antidemocratico, senza costruire un necessario consenso più ampio ed espresso dalle diverse parti politiche.
  2. La riforma scaturisce sia da un Parlamento delegittimato dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 1 del 2014, che dichiarò illegittimo il sistema elettorale con cui è stato formato, sia da un governo che non è stato votato dal popolo, ma è scaturito da giochi di palazzo. Quindi il soggetto proponente non ha la legittimità giuridica, l’investitura democratica e l’autorità morale per avviare una riforma della Costituzione.
  3. La riforma sarà votata al referendum tramite una scheda dove la formulazione del quesito rispetto a cui rispondere Sì o NO è tendenziosa. Infatti induce l’elettore a votare Sì perché il testo descrive non in modo neutro, ma come obiettivi positivi i punti della riforma.

Ecco perché votare NO è un atto costruttivo che sventa un pericolo grave e può favorire il rilancio della democrazia in Italia.

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