Fuocoammare (Gianfranco Rosi) – Recensione di Fulvia Ceccarelli

 Premiato come miglior film al Festival di Berlino, deve il suo titolo all’espressione dialettale: chi focu a mmari ca c’é stasira, che i  lampedusani, con occhi increduli, ripetevano come un mantra durante la seconda guerra mondiale, per esorcizzare lo spettacolo macabro delle navi bombardate che bruciavano in porto. Quelle stesse parole, messe in musica, sono diventate uno swing molto in voga negli anni ’40, sulle cui note gioiose si conclude il film. Hanno la particolarità di rimanerti in testa: non puoi fare a meno di canticchiarle. Lo interpreto come un segno di speranza.

Sono andata a vedere Fuocoammare per senso civico, visto il mio contributo pressocché nullo alla sorte dei migranti. Almeno non metto la testa sotto la sabbia come gli struzzi – mi sono detta, col cuore gonfio di preoccupazione per la crudezza delle immagini che mi avrebbero attesa. Invece mi ha spiazzata il pudore con cui il regista ha effettuato le riprese dal vivo, pur senza togliere intensità delle immagini di pattugliamenti, avvistamenti, sbarchi, richieste strazianti di aiuto. Sottolineo “pudore” e non edulcorazione, come adombrano taluni tristemente assuefatti allo sciacallaggio mediatico. Dalla scelta delle inquadrature, si intuisce l’intendimento di Rosi: sottolineare l’impegno pluriennale del popolo lampedusano, profuso con discrezione, semplicemente per empatia e rispetto della vita. A prescindere dalle politiche comunitarie. Più o meno politiche. Più o meno comunitarie.

Lampedusa, crocevia naturale di destini che si intrecciano, è un avamposto del Mediterraneo in terra d’Africa, dove la natura è di aspra bellezza ed il mare dominatore incontrastato. Il suo respiro, ora quieto ora affannoso, scandisce il tempo decretando vita e morte, come un sovrano capriccioso. Ne sono consapevoli i lampedusani, la cui saggezza ha il sapore del latte materno. Per questo lo scrutano con rispetto e fatalismo, limitandosi ad accogliere ciò che porta a riva: dal pescato a migranti laceri, zuppi di nafta o con gli occhi grondanti sangue, ma comunque aggrappati alla vita. Come pellegrini di un medioevo prossimo venturo, chiedono asilo e conforto prima di spiccare il volo. E chi meglio dei lampedusani, temprati dalla brutalità del mare, può comprenderli? Così tra uno sbarco e l’altro o di fronte all’ennesima tragedia, la loro vita continua a scorrere protetta dalla tranquilla ripetitività dei gesti quotidiani, di cui il regista offre numerosi spaccati. Dalla moglie del pescatore che rigoverna la camera da letto badando che le coperte siano ben tese, all’anziana signora che, pulite le seppie per il sugo della pasta, telefona al dj di una trasmissione radiofonica per dedicare una canzone al marito. A Samuele, ragazzino di dodici anni, che costruisce fionde mirando con l’occhio “pigro”, che simula battute di caccia, che ritaglia piccoli triangoli nelle pale dei fichi d’India, trasformandoli in volti tragici che scrutano il mare. Che trascorre tempo sul pontile per imparare a domare la nausea che lo assale quando va in barca. Che non si stanca di porre domande agli adulti, per tenere a bada una fastidiosa ansia che talvolta gli stringe il petto. A Pietro Bartolo, direttore del poliambulatorio dell’isola, che nel film recita se stesso nell’atto di compiere la prima visita ad ogni migrante sbarcato. Che non può fare a meno di commuoversi, quando è costretto ad eseguire un esame autoptico su dei poveri corpi già oltraggiati dalla vita.

In un’intervista, Gianfranco Rosi si è dichiarato contento “di portare a Berlino, nel cuore dell’Europa, il racconto di Lampedusa, dei suoi abitanti e dei suoi migranti, proprio nel momento in cui la cronaca impone nuovi ragionamenti”.