TERAPEUTI IN FORMAZIONE

 

Gli allievi della Scuola di specializzazione de Il Ruolo Terapeutico sono tenuti a presentare, al termine di ogni anno accademico, un elaborato scritto riferito alla propria esperienza formativa. All’interno di questo spazio ne ospiteremo alcuni.

 

Il mio primo anno alla Scuola del Ruolo

Anna Laura Beretta

   Un pomeriggio d’inverno dello scorso anno, non ricordo né il giorno né il mese preciso, una mia amica e collega, con la quale ho condiviso gli anni dell’università, mi invitò a un seminario tenuto dal professor Roberto Mancini presso la sede del Ruolo Terapeutico di Milano. La mia amica mi aveva solo detto che il tema dell’incontro era la sessualità e io, interessata all’argomento poiché durante il tirocinio, che stavo svolgendo in quel momento, mi trovavo proprio ad assistere a dei colloqui sessuologici, decisi di parteciparvi. Così, un venerdì sera, avvenne il mio primo incontro con la Scuola del Ruolo. Ricordo che, appena entrata nella stanza in cui già si trovava il professor Mancini, il dottor Erba si avvicinò, mi strinse la mano, mi chiese se mi trovassi lì per il seminario e mi invitò a scrivere su un foglio il mio indirizzo mail, così che la Scuola mi avrebbe potuto inviare altre iniziative. Rimasi molto colpita dall’atteggiamento affabile del dottor Erba, che si alzava in piedi e stringeva la mano a chiunque entrasse nella stanza. Il seminario fu molto interessante, si parlò dell’incontro erotico dal punto di vista filosofico teoretico, ricordo in particolare una frase del professor Mancini che mi rimase ben impressa nella mente… “il cuore dell’attrazione deve essere l’unicità della persona: non qualsiasi persona, ma quella persona. Nell’incontro amoroso non c’è l’altro, c’è il nome proprio, c’è il tu”. Appuntai questa frase non appena arrivata a casa, stupita da quanto la sentissi mia e da quanto continuasse a risuonare dentro di me.

Nei mesi successivi, mentre continuavo a svolgere il tirocinio presso l’Ospedale San Raffaele, spinta anche da alcune colleghe che mi chiedevano se avessi già dei progetti riguardo il periodo dopo il tirocinio, iniziai ad informarmi rispetto a master e scuole di specialità. In realtà, mi sembrava che fosse troppo presto, non mi sentivo pronta, dovevo ancora sostenere l’esame di stato… le mie giornate erano davvero piene e il mio futuro professionale e formativo mi sembrava incerto e lontano. Pensavo che avrei terminato il mio tirocinio a ottobre, avrei sostenuto l’esame di stato a novembre e poi mi sarei chiarita le idee rispetto al mio futuro.

Durante il tirocinio, oltre che con la mia tutor, lavoravo spesso con un’altra collega, che frequentava l’ultimo anno della Scuola del Ruolo. Era capitato che accennasse all’impostazione della Scuola, senza mai entrare troppo nei dettagli, ma notavo la passione con cui ne parlava e il modo in cui lavorava. Così, a luglio, la mia collega mi propose di partecipare ad un aperitivo open presso la scuola, con gli ex allievi appena diplomati (di cui anche lei faceva parte).

Mi presentai all’incontro e rimasi subito colpita dalle parole degli ex allievi, che riportavano le loro esperienze, raccontando quanto la Scuola li avesse cambiati, non solo in senso professionale, ma anche e soprattutto personale. Il dottor Erba esordì poi dicendo “tutti abbiamo una ferita, tutti siamo malati. I più sani vanno a farsi curare dal terapeuta, i meno sani diventano terapeuti”. Parlò molto di amore, e rimasi stupita che a un open day di una Scuola di specialità se ne parlasse così tanto e in modo così appassionato, e sottolineò l’importanza di prendersi cura della persona, non della patologia; di curare se stessi prima ancora che gli altri; della ferita infertaci (così di frequente per chi fa il nostro mestiere) dai nostri genitori. In poche parole, riassunse quelli che avrei poi scoperto essere i pilastri del Ruolo. Ricordo che, nell’attimo esatto in cui uscii dall’edificio, pensai “voglio frequentare questa Scuola”. Smisi di informarmi rispetto ad altre offerte formative, diedi un’occhiata al sito del Ruolo e decisi che, prima o poi, avrei iniziato questa scuola. Già, ma prima o poi?

Precedentemente a questo open day, ero giunta alla conclusione che avrei atteso un anno prima di iscrivermi ad una Scuola, ma dopo l’incontro con il Ruolo non vedevo l’ora di iniziare! Volevo diventare una psicoterapeuta e volevo che la mia formazione avvenisse al Ruolo. Il dottor Erba aveva anche esortato i presenti, nel caso in cui avessero intenzione di iscriversi, a fissare a breve un colloquio con lui. Seguirono giorni di riflessioni, di consigli da parte dei miei familiari, delle mie colleghe e dei miei amici più cari: qualcuno mi incoraggiava ad intraprendere subito questa avventura, qualcuno mi consigliava di pensarci ancora un po’, di prendermi del tempo e di non sovraccaricarmi di decisioni e cose da fare. Io ascoltavo tutti i consigli, ponderavo entrambe le possibilità, immaginavo le conseguenze dell’una o dell’altra decisione, ma sentivo dentro di me una spinta ad incontrare il dottor Erba e ad esporgli i miei dubbi. Un pomeriggio, quindi, telefonai alla segreteria della Scuola e chiesi di poter fissare un colloquio lui. A causa di ferie e impegni vari, il colloquio venne fissato per il 30 agosto, alle 19.15.

Il 30 agosto era una bellissima giornata ancora di piena estate, faceva molto caldo e arrivai alla sede del Ruolo emozionatissima e impaziente. Fu proprio il dottor Erba ad accogliermi non appena arrivata e ad invitarmi nel suo studio. Subito dopo, mi disse “questo non è un colloquio di selezione, è un colloquio per conoscerci, la decisione di iscriversi o meno alla Scuola dipenderà solo da lei”. Mesi dopo, capii che questa frase racchiudeva in sé il senso di responsabilità proprio di ciascun individuo, di cui avrei molto sentito parlare quale uno dei pilastri fondamentali della relazione terapeutica. Parlammo dei miei interessi, del mio tirocinio, del motivo per cui avevo preso in considerazione l’idea di iscrivermi al Ruolo. Spiegai al dottor Erba che non riuscivo a dimenticare le parole che aveva pronunciato all’open day, in cui mi ero completamente ritrovata, ed espressi la fiducia che provavo verso la Scuola, nell’affidare ai professionisti del Ruolo la mia formazione. Esposi anche i miei dubbi e preoccupazioni: non sapevo se fossi pronta, da tanti punti di vista, ma al termine del colloquio ero rincuorata e più tranquilla e il giorno dopo svolsi le pratiche per l’iscrizione.

Arrivò velocemente il 26 settembre e quel giorno mi sentivo proprio come se fosse il mio primo giorno di scuola. Ero molto emozionata, agitata, anche un po’ intimorita, come sempre quando mi trovo di fronte a una nuova esperienza. Mi bastò poco tempo per capire che l’esperienza al Ruolo non avrebbe avuto nulla a che vedere con l’idea tradizionale di Scuola che avevo in mente. Mi ritrovai subito con il mio gruppo, e rimasi immediatamente colpita dalle modalità del lavoro: si poteva parlare liberamente delle proprie emozioni, intervenire, ascoltare, commuoversi, emozionarsi, riflettere…

Ricordo la prima supervisione del primo giorno, quando il dottor Di Prima chiese “voi del primo anno come state su quelle sedie? Comodi?” e io risposi “insomma…”, lui riprese “sufficientemente scomodi?”. Per me era tutto nuovo! Inizialmente faticavo ad intervenire durante le supervisioni di gruppo: non mi sentivo pronta a dare il mio contributo, temevo di dire qualcosa di poco rilevante o fuori luogo, mi sentivo inesperta, immatura rispetto a certi temi che venivano trattati. Mi succede, in diverse situazioni della vita sociale, di avere questi pensieri e preoccupazioni, sui quali sto lavorando all’interno di un mio percorso individuale.

Ricordo la prima supervisione in cui portai io il “caso”: mentre parlavo del paziente e della mia relazione con lui, dissi che, forse, il motivo per cui mi veniva così difficile continuare a lavorare con lui era che si trattava di un paziente alcolista, così come lo era stato mio nonno e, ogni qualvolta il paziente arrivava dopo aver bevuto, sentivo immediatamente l’odore di alcol che tanto mi era familiare e provavo un senso di repulsione. A questo aspetto avevo già pensato prima di parlare del “caso”, mi sentivo quindi tranquilla e consapevole di questa mia difficoltà e cercavo un aiuto più “tecnico”, eppure, in quel momento, l’emozione fu davvero forte e mi misi a piangere. Conclusi la supervisione quasi vergognandomi della mia reazione e provavo rabbia verso me stessa per essere stata così emotiva e vulnerabile. Nei giorni successivi ripensai molto a quanto era accaduto, con sentimenti ambivalenti e di nuovo quel senso di inadeguatezza che talvolta avevo provato. Inoltre, il fatto di dover ancora sostenere l’esame di Stato e di non essere ancora “ufficialmente” psicologa contribuiva, in certi momenti, ad accrescere questa mia sensazione. Nonostante ciò, notavo il modo in cui tutti i supervisori accoglievano qualsiasi affermazione venisse da ciascun membro del gruppo, il modo in cui si poteva lavorare sul materiale che emergeva, la possibilità di trattare tematiche emotive rilevanti e personali. Inoltre, né i supervisori, né i compagni che da più tempo frequentavano la Scuola, facevano alcuna distinzione tra allievi del primo, secondo, terzo o quarto anno. Questo per me era veramente rivoluzionario.

Dopo l’esame di Stato, qualcosa dentro di me cambiò: sentivo di aver raggiunto un traguardo, ero più tranquilla, non sentivo più la pressione di dovermi ricordare tante nozioni, mi sentivo più libera di concentrarmi su ciò che stavo facendo in quel momento. Mano a mano che il tempo passava, la confidenza con i compagni – con alcuni in particolare – aumentava e molti argomenti suscitavano il mio interesse e la mia curiosità. Ricordo che, un venerdì, durante l’ultimo modulo di discussione con il dottor Di Prima, lui ci chiese “come state? Come sta andando? Come è, fino a ora, la vostra esperienza nella Scuola?”, io risposi che mi sentivo completamente coinvolta negli argomenti che trattavamo e che per me era veramente una benedizione potermi dedicare, per alcune ore, a ciò che veramente mi interessava, poter dialogare sia con i compagni sia con i docenti, poter leggere testi… tuttavia provavo anche un po’ di tormento, talvolta dentro di me sentivo insistentemente la domanda “sarò in grado di fare il mestiere del terapeuta? Che cosa si deve fare nella pratica?”. Tante volte ho sentito la necessità di avere informazioni più tecniche, di dover sapere che cosa fare in determinate situazioni, come comportarmi nel concreto, e tante volte le risposte che ricevevo non soddisfacevano pienamente questo mio bisogno. Un po’ come quando il paziente porta una domanda e chiede al terapeuta di rispondere: quello che al Ruolo ci viene insegnato è di non colludere, di non rispondere alla domanda ma sulla domanda.

Allora ho iniziato a pensare diversamente e mi sono detta “questa Scuola non mi sta preparando a fare la terapeuta, ma a essere terapeuta. Io voglio fare la terapeuta o essere terapeuta?”. “Essere terapeuta” pensai immediatamente e, subito dopo, “sì, ma come essere terapeuta?”. Ricordo allora in particolar modo le parole del dottor Erba, che ci esortavano a essere prima di tutto persone che si prendono cura di loro stesse e che ci esortavano a leggere, a informarci, a conoscere l’arte… Ci spiegò poi che una buona vita e una buona terapia si intrecciano ed esistono diverse analogie tra le due. Ci spiegò che il ruolo del terapeuta e quello del genitore sono analogamente asimmetrici, la relazione terapeutica è simmetrica dal punto di vista umano, ma asimmetrica nei ruoli, il compito del terapeuta è accompagnare il paziente al raggiungimento dell’autonomia, della salute e della libertà.

Così, la mia esperienza al Ruolo ha iniziato a influenzare la mia vita anche al di fuori della Scuola e della professione: mi rendo conto che, anche nelle relazioni interpersonali, l’attenzione che rivolgo all’altro, alle sue emozioni e al suo vissuto, è diversa rispetto ad alcuni mesi fa, così come è diversa l’attenzione che rivolgo alle mie emozioni, a ciò che determinati argomenti muovono in me, al mio modo di ascoltare e ascoltarmi.

In questa Scuola i supervisori ci chiamano colleghi, ci ripetono spesso che noi siamo già terapeuti, anche se ancora in formazione, ci viene chiesto di svolgere un tirocinio in cui ci prendiamo cura in prima persona dei pazienti e io avverto una grande responsabilità e talvolta il timore di sbagliare e di recare danno ai pazienti.

Ripenso quindi alle parole dei docenti e ai principi fondamentali del Ruolo. Mi capita, con una paziente in particolare che, al termine del colloquio, mi chieda “sì, ho capito quello di cui stiamo parlando, ma nella pratica che cosa devo fare?”, per me è molto importante, in questi momenti, ricordare che il paziente ha la propria responsabilità, di cambiare, di stare meglio e che io devo restituire questa parte di responsabilità. È molto difficile, talvolta, in questi casi, non rispondere direttamente alla domanda del paziente, con l’impressione di lasciarlo uscire dallo studio insoddisfatto.

Ricordo il mio primo giorno al Ruolo, quando, durante la prima supervisione di gruppo, una collega, parlando della sua relazione con una paziente, disse “io mi prendo il mio pezzo e lascio a lei il suo, le restituisco il suo 50”. In quel momento non capivo bene che cosa intendesse dire, ma nel corso dei mesi questo concetto è diventato sempre più chiaro.

È stata per me illuminante anche un’altra supervisione, con il dottor Cofano, durante la quale una mia compagna di gruppo si diceva preoccupata per i comportamenti autolesivi di un paziente, e riteneva che il fatto che questi agiti perdurassero fosse un segno che la terapia non stesse funzionando nel modo giusto. Il dottor Cofano chiese: “Con quale frequenza vede il paziente?”

“Una volta alla settimana”.

“Il paziente però vive ventiquattrore al giorno per sette giorni, chissà quante altre cose gli succedono al di fuori dell’ora in cui vede lei! Lasci a lui la sua parte di responsabilità, non la assuma tutta sulle sue spalle”.

Mi succede proprio in questi giorni di pensare alla seduta con una paziente che, nel raccontarmi eventi molto forti e traumatici vissuti nella sua vita, non lasciava trasparire alcun coinvolgimento emotivo, anzi, spesso faceva battute, razionalizzava, minimizzava. Dopo averla ascoltata per un po’, avvertivo un’incongruenza tra ciò che lei mi stava raccontando e l’emozione sottostante, così decisi di restituirle questo mio pensiero e lei mi confermò la mia impressione, dicendomi che talvolta si imponeva di cancellare certe emozioni, poiché aveva paura di stare troppo male e di sprofondare in una tristezza che aveva ben conosciuto durante l’infanzia e l’adolescenza. Credo che in quel momento lei abbia sentito che le stavo dicendo la verità rispetto a quello che pensavo e provavo io, e abbia potuto condividere con me la paura e la disperazione sottostanti.

Mi trovo ora al termine del mio primo anno al Ruolo e accolgo la domanda che il dottor Di Prima ha rivolto agli allievi qualche settimana fa: “a che punto siamo?”. Io ho l’impressione di stare vivendo un viaggio. Sento di imparare qualcosa da ogni seminario o lezione teorica; certo, alcuni mi entusiasmano di più, altri meno, ma non ho mai l’impressione di non trarre nulla dagli incontri o di non provare alcun interesse.

L’esperienza che io avverto come più formativa ed entusiasmante è quella dei gruppi di supervisione del sabato e, con il passare del tempo, oltre ad ascoltare e a trarre insegnamenti e spunti interessanti, riesco ad intervenire di più, a comunicare agli altri i miei vissuti e le mie sensazioni, riesco a condividere con i miei compagni i miei dubbi e le mie esperienze. Sento che il percorso che sto facendo mi sta davvero arricchendo come persona e mi sta formando come terapeuta. A volte vorrei avere più tempo per potermi dedicare alle tantissime letture che ci vengono consigliate sia dai docenti che dai vari professionisti che intervengono, vorrei fare molte domande, vorrei avere molte risposte.

Ci sono dei momenti in cui ancora mi chiedo “come fare” alcune cose nella pratica, come potermi sentire più comoda sulla sedia del terapeuta, talvolta ho il timore di sbagliare, talvolta ho il timore di non fare abbastanza, di essere ancora inesperta, di essere troppo giovane. In questi momenti penso all’importanza dell’analisi personale, della supervisione, dell’essere sempre curiosi, di poter ascoltare le parole di tutti i professionisti che abbiamo occasione di incontrare, di non volere “tutto subito”, ma di costruire nel tempo la mia formazione, con la consapevolezza che questa formazione non finirà mai.

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Il mio primo anno alla scuola del Ruolo