In occasione del 25 Novembre 2018, giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, alcuni Comuni promossero molte iniziative nelle scuole per sensibilizzare al problema. Io, con una collega regista teatrale, conducemmo degli interventi esperienziali e formativi in alcune classi quinte della scuola di 1° grado per attivare la cultura del rispetto, della legalità e la condivisione di buone pratiche.

Gli incontri avvennero in classe, seduti in cerchio con la presenza di insegnanti e alunni. Dopo una breve presentazione del motivo dell’incontro, invitavo gli alunni a parlare della loro esperienza della violenza per poi farli riflettere sui loro comportamenti. Questo più o meno fu l’approccio.

Un esempio. In una classe, un bambino, Andrea teneva una bottiglia di ghiaccio sulla fronte. Gli chiesi cosa fosse accaduto e lui rispose che era stato Paolo a fargli sbattere la testa contro lo spigolo del banco. Il motivo non lo sapeva e Paolo non volle spiegare il perché. Un altro compagno intervenne dicendo che Paolo si comporta così non per fare del male ma solo per ottenere attenzione. Un’altra bambina disse che lei, Paolo, lo tiene alla larga proprio per quei suoi comportamenti. Discutemmo sul vantaggio o lo svantaggio di mettere in atto specifici comportamenti per ottenerne altri. I bambini arrivarono alla conclusione che se si dà rispetto, si ottiene rispetto e se si dà dispetto si ottiene dispetto.

Angela scoppiò a piangere e con un filo di voce raccontò: “I miei fratelli mi escludono, mi trattano male, mi picchiano perché sono piccola e sono femmina”. Alcuni compagni la esortarono a parlarne con i genitori ma lei disse che non poteva perché loro l’avrebbero picchiata di più. Proposi agli alunni di pensare alle possibili strategie per risolvere questa situazione. Qualcuno disse: “Angela è piccola e femmina ma è un ottimo portiere”. Chiesi ad Angela se i suoi fratelli sapessero di questa sua capacità. I compagni dissero che se i fratelli l’avessero saputo, l’avrebbero rispettata. Tutti concordarono che è importante far valere le proprie capacità e non mostrare solo le proprie debolezze.

Paolo disse che anche suo fratello gli salta sulla schiena e gli fa male. “E tu cosa fai?” – chiesi – “Niente. Non so cosa fare” – rispose. Qualcuno disse che suo fratello aveva solo 3 anni e che lui non doveva lasciarsi fare del male.

I ragazzi mostrarono un momento di stanchezza; la mia collega li fece camminare per l’aula con diverse andature, poi li fece sedere in posti diversi rispetto a prima.

Riflettemmo sulle diverse percezione che avevano avuto nel cambiare tipo di cammino e posizione. Le riflessioni che ne emersero furono che modificare abitudini e posizioni permette di cambiare la percezione delle relazioni. Chi sta solo nella propria idea tende a mettere in atto sempre le stesse risposte, invece condividere con gli altri i propri problemi permette di avere una visione più ampia e può trovare soluzioni migliori alle proprie difficoltà.

A quel punto chiesi come si sentissero e le risposte furono: “Bene, perché ho capito come comportarmi, perché ho trovato delle risposte, perché ho potuto esprimermi, perché mi hanno aiutato”. Paolo disse: “Ci mancherete”.
Attivare nella società la cultura del rispetto si può e le azioni per attuarlo sono l’ascolto, la condivisione, il rispetto.

Vallj Vecchiato