LIBERE DISOBBEDIENTI INNAMORATE – IN BETWEEN

di Maisaloun Halmoud

 

Tel Aviv, crocevia di ebrei e arabi, laici e religiosi, cristiani e musulmani, è la città preferita dalla gioventù israeliana, perché ha fama di essere liberale, moderna, ribollente di fermenti underground; al contrario della sonnolenta Haifa, da cui i giovani cosiddetti “sovversivi” scappano a gambe levate. Tuttavia la trentacinquenne regista Maisaloun Halmoud, israeliana di adozione, sembra ricordarci che non è tutto oro quello che luccica. Infatti, basta scrostare lo smalto della sedicente modernità, perché affiori una città gretta, retriva, discriminatrice, dove il fanatismo religioso la fa ancora da padrone. Di questa visione è intessuta la trama del film, che narra dell’amicizia tra Noor, Leila e Salma, tre giovani donne palestinesi, che diventano coinquiline a Tel Aviv. Le quali, pur essendo molto diverse, e non solo in base a canoni estetici, sono accomunate da una profonda insofferenza verso la cultura conservatrice e bigotta, da cui si sentono soffocare. Tanto da essere disposte a sacrificare l’amore, pur di difendere quella quota di libertà che considerano un diritto inalienabile di ogni essere vivente. Uomo o donna che sia.

Noor, studentessa di informatica, è islamica osservante. Ha un fidanzato oscurantista, di cui non è convinta, che mal sopporta i suoi tentativi di emancipazione. Con una garbata insistenza, dietro cui si annida la protervia, vuole persuaderla che il suo futuro sarà a casa, accanto a marito e figli. Perché, essendo lui di famiglia facoltosa, potrà comunque garantirle una vita agiata. Visibilmente contrariato dalle rimostranze di Noor, la cui dolcezza non le impedisce di essere determinata, tenta delle avances. Rifiutato dalla ragazza, per spregio la stupra. Saranno Leila e Salma a lavar via dalla sua pelle l’oltraggio subito, facendole sentire tutta la solidarietà di cui sono capaci, spesso, le donne. Inaspettatamente, anche il padre avrà parole tenere per lei, ricordandole che quell’uomo non vale una sola delle sue molte lacrime.

Di Leila, affascinante avvocato penalista, dall’apparenza spigliata e decisa e di fede comunista, si sa poco. Si intuisce che provenga da una famiglia ebrea osservante, che si è lasciata alle spalle faticosamente. Che poi abbia dei conti aperti con se stessa, lo si deduce dall’uso smodato di alcool, canne e cocaina, in cui sembra affogare disorientamento e solitudine. Innamorata di un uomo attraente, che ha studiato all’estero e che appare di larghe vedute, rimane profondamente delusa quando, al momento di presentarla alla sua famiglia, si dilegua imbarazzato.

E per finire, Salma, che ha studiato musica. E che un po’ fa la dj, un po’ la barista, un po’ l’aiuto cuoco. Come capita. È gay e la famiglia, che ne è all’oscuro, le propina periodicamente un aspirante fidanzato, che lei puntualmente rifiuta. Finché una sera, sua madre coglie della tenerezza tra lei e un’amica medico e prontamente ne informa il padre. Il quale, sconvolto per il danno d’immagine che potrebbe procurargli in seno alla comunità, la minaccia di farla marcire in manicomio, finché non guarirà. Alla ragazza non rimane che fuggire.

Alla fine le ritroviamo tutte e tre sulla terrazza della casa di Tel Aviv. Una accanto all’altra, in silenzio, perse nei propri pensieri, con la consapevolezza di non essere più sole. Intanto, all’interno dell’appartamento infuria una festa.

Credo che questo pregevole film, tra i tanti spunti di riflessione, ci suggerisca quanto sia faticosa la ricerca di un’identità che ci rappresenti per davvero. A maggior ragione per una donna che vive in una cultura patriarcale, visto che l’identità si modella, oltre che sulla nostra interiorità, anche sulle richieste e sui valori dell’ambiente in cui viviamo. E quando l’immagine che abbiamo di noi stessi non collima con quella che gli altri hanno di noi e che ci riflettono, siamo costretti ad un lavorio molto faticoso, per tenere insieme dati incongruenti tra loro. Si aprono allora due possibilità. Indossare una maschera al fine di compiacere gli altri, pagando la paura del rifiuto, della disapprovazione e dell’esclusione, con un senso di vuoto, inautenticità, costrizione e distacco dai nostri sentimenti. Che è poi la problematica del falso sé. O liberarsi di un’identità insostenibile, per scegliere coerentemente con i propri principi. È certamente un passaggio difficile, ma necessario per rimanere vivi, unici e inconfondibili. La vera sfida è riuscire a mantenere saldo il senso di sé, della propria continuità e coerenza interiori.

Che è esattamente quello che tentano di fare Noor, Leila e Salma.

Di seguito il trailer del film:

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