“C’era una volta e c’era, un orco terribile che divorava i bambini…” - che, purtroppo, non sono i personaggi di una fiaba a lieto fine.

Spesso la perversione e la distruttività, negli adulti come negli adolescenti, sono il frutto corrotto di un rapporto insano e fallimentare con le figure di attaccamento. In particolare la pedofilia e l’incesto, due delle perversioni più diffuse perpetrate ai danni dei minori, sono il risultato della scissione tra passione erotica e tenerezza, con conseguente disumanizzazione dell’eros. Quello che non viene sottolineato abbastanza è che molto spesso gli stessi abusanti sono stati a loro volta vittime.

Quindi sbattere il mostro in prima pagina, come usa fare certa stampa scandalistica, serve forse a solleticare la curiosità pruriginosa di qualcuno. Certamente non a inquadrare il problema nella sua complessità. Inoltre accade spesso che anche le cosiddette “brave persone”, se interpellate al riguardo, esprimano pareri che sembrano dettati dagli istinti più bassi. Dico questo per sottolineare quanto il tema degli abusi ci tocchi nel profondo.

Nel mio studio privato, nell’arco degli anni, ho incontrato vittime, abusanti ed ex abusanti. E se empatizzare con una vittima è un moto spontaneo dell’animo, accogliere in maniera neutrale le confidenze di un abusante è tutt’altra faccenda. Credo però che, così come non si nega ad alcuno la difesa d’ufficio, allo stesso modo non si possa negare l’ascolto a chi viene a chiederci aiuto. Personalmente sento di potermi muovere da una posizione sufficientemente libera, dato che non mi compete né giudicare né perdonare. Per cui accetto in terapia un abusante, alla sola condizione che si impegni a non delinquere durante il trattamento. Precisandogli che, in caso contrario, sono tenuta per legge a fare una segnalazione all’Ordine. Anche contravvenendo al segreto professionale. Il più delle volte machismo e baldanza si sgretolano lasciando il posto a vergogna e senso di indegnità. E da quel momento inizia la discesa agli inferi.

Continuo a credere che non esistano mostri ma solo persone malate e bisognose di cure. Certamente tenute a scontare la pena dovuta, a riparazione del male commesso. Che è innegabile. Persone che, per potersi riabilitare agli occhi propri e altrui, vanno aiutate a riconoscere e ad assumersi la responsabilità dei reati di cui si sono macchiati. I fatti testimoniano che questa strategia si rivela necessaria almeno quanto i provvedimenti giudiziari. Infatti il supporto psicologico sembra vincente sia rispetto alla reiterazione individuale degli abusi sia alla loro propagazione intergenerazionale. Entrambe molto frequenti. Poi certamente rimane aperta la questione annosa del: si può imporre un percorso psicologico a qualcuno, che magari lo accetta solo per scontare una pena alternativa al carcere? Personalmente lo considero un rischio calcolato, forse meritevole di ulteriori riflessioni. Ma non vedo alternative.

In queste vicende c’è un aspetto inquietante che non finisce mai di sorprendermi: la scarsa o nulla consapevolezza degli abusanti, che usano l’abuso come meccanismo compensativo della loro ferita interiore. Alcuni, ad esempio, avendo canalizzato la rabbia repressa in un lavoro di successo, di tanto in tanto si concedono un tour per pedofili piuttosto che la contemplazione auto erotica di foto pedo pornografiche, come fosse la cosa più naturale del mondo!

Per di più, nell’attuale momento storico gli abusi sembrano trovare terreno fertile, stante l’omologazione di cose e persone a beni di consumo di cui godere illimitatamente. Tuttavia le cronache testimoniano che tragicamente accadevano anche in passato, quando la sessualità era imbrigliata in dogmi morali e religiosi repressivi. Con una differenza sostanziale, però. Oggi vi è un maggiore impegno delle istituzioni a tutelare i minori, che sono considerati persone con specifiche esigenze di crescita e non adulti in miniatura. Tanto che il loro rispetto e il loro benessere sono diventati l’obiettivo prioritario di qualsiasi intervento giudiziario e sociale. Un tempo invece si operava per salvaguardare, in primis, il buon nome della famiglia. Anche se abusante.

Il riserbo più assoluto sembra essere la cifra dell’abuso sessuale, che viene trattato come un segreto di famiglia e mantenuto tale dai tabù sociali. Per cui un vicino di casa o un parente, che nutrano sospetti, di norma preferiscono non immischiarsi. Spesso dietro il paravento del rispetto della privacy si annida il terrore di guardare negli occhi il demone dell’incesto. E sappiamo bene come la violazione di un tabù primordiale risvegli paure antiche, sedimentate nella storia dell’umanità.

La stessa mancanza di dati epidemiologici accurati si configura come ulteriore elemento di nascondimento. Infatti i bambini vittime di abuso difficilmente raccontano quello che stanno vivendo. Sia a causa delle intimidazioni dell’abusante, da cui tristemente dipende la loro sopravvivenza, sia perché, nella loro pur breve vita, hanno imparato a diffidare dei grandi. Spesso sono le madri stesse a negare l’evidenza, per paura di guardare in faccia la realtà. Arrivano persino ad accusare le figlie di aver istigato padri o patrigni con malie e atteggiamenti sconci, pur di conservarne integra l’immagine interiore.

In genere si preferisce parlare di famiglie incestuose, perché ogni singolo membro riveste un ruolo specifico che favorisce la reiterazione dell’abuso. Esse sono per lo più organizzate secondo un modello patriarcale: con un padre padrone violento e una madre sottomessa, senza alcuna voce in capitolo nelle decisioni familiari. Raramente, invece, c’è un padre sessualmente frustrato, che non è in grado di rompere il rapporto di coppia per immaturità affettiva. Ad ogni modo si tratta di famiglie chiuse in se stesse a causa del patto segreto che le unisce. Con due evidenti punti di fragilità: la paura dello stigma sociale e la paura del cambiamento. Cui preferiscono il silenzio. Meglio una vittima sacrificale, piuttosto che la disgregazione del nucleo familiare per allontanamento dei figli o dell’abusante. Che quasi inevitabilmente comporta una denuncia di abuso.

Capita di rado che un minore abusato, rompendo la cortina di isolamento che lo avvolge, confidi il suo segreto a un adulto. Confesso che non vorrei essere nei panni di costui, che immagino lacerato tra l’istinto protettivo e il dubbio, malevolo e legittimo al tempo stesso, che il piccolo stia inventando tutto per attirare l’attenzione su di sé. La sproporzione tra l’inusitato coraggio mostrato dai bambini e la riflessività sospesa degli adulti non manca mai di commuovermi. So bene che strappare per sbaglio un minore alla propria famiglia possa essere traumatizzante tanto quanto lasciarlo in una famiglia abusante. Credo anche che dubbi e perplessità nascano dal fatto che la violenza sessuale non sia sempre evidente e oggettivabile. E che resti più opaca, non minacciando direttamente la sopravvivenza fisica.

Oggi non esiste margine di dubbio sulle gravi conseguenze psichiche che comporta. Già gli studi pionieristici di Anna Freud avevano evidenziato che avesse ripercussioni persino più gravi dell’abbandono e dei maltrattamenti fisici.

Inoltre, contrariamente a quanto si potrebbe credere, gli abusi sessuali su minori non sono limitati a situazioni sociali e culturali di marginalità: sembra che non esistano realtà che ne siano indenni. Alcuni dati epidemiologici desunti da uno studio condotto qualche tempo fa dal Tribunale di Roma attestano che l’85% delle vittime è di sesso femminile. Che l’abusante nove volte su dieci fa parte della famiglia: in genere si tratta di un padre, con fama di uomo rispettabile. O di un patrigno, come accade sempre più frequentemente nelle nuove famiglie allargate.

Sappiamo per esperienza che l’adulto rappresenta un punto di riferimento insostituibile per un bambino: viene vissuto come un eroe che ha una soluzione per ogni problema. Se poi si tratta di un genitore o di un nonno, sa anche come proteggerlo: come potrebbe essere altrimenti, dal momento che lo ama? La mente di un bambino è lineare. Ragiona in base ad una saggezza antica e istintiva: un po’ tramandata culturalmente e un po’ ereditata con i geni. Dunque riusciamo a intuire quale terremoto emotivo possa scatenare in lui la scoperta che proprio le persone più care, quelle che dovrebbero aiutarlo a crescere, tradiscono le sue aspettative. Umiliandolo e confondendolo, dal momento che surrettiziamente gli spacciano passione erotica e violenza per affetto e coccole. Spesso, davanti agli occhi complici e omertosi della famiglia. Poiché non esistono parole per spiegare l’inspiegabile, le parole muoiono in gola. Diventano pietra che opprime il petto. Così, per dare senso a ciò che senso non ha, il piccolo arriva a caricarsi della responsabilità dell’accaduto. Raccontandosi che è successo perché   è lui che lo ha permesso. O peggio, perché se lo è meritato. Per non dire di quanto gli costi conciliare l’istinto, che gli suggerisce che certe cose tra adulti e bambini non si fanno, con le “strane” attenzioni del papà. Che non fa che ripetergli che lo ama in modo speciale. Purtroppo, cedere il proprio corpo è l’unico modo che conosce per sentirsi vivo e importante per lui. C’è poi una questione che lo tormenta di continuo: fatica ad ammettere a se stesso che, durante quelle pratiche rituali e oscure, prova piacere. Un piacere sordido, clandestino che lo fa sentire sporco, indegno, diverso dagli altri.

E se è pur vero che la sessualità nel bambino esiste, tanto che spesso la esplora con i coetanei, sta ovviamente all’adulto rispondere alle sue mille curiosità con la tonalità affettiva adeguata. Non certo con atteggiamenti ambigui. Con quel dire e non dire confondente, da cui l’adulto può sempre sottrarsi mentre il bambino rimane invischiato fino allo straniamento. Che nel tempo lo induce a non fidarsi più delle proprie sensazioni.

Quale cacofonia di emozioni vive? Di sicuro terrore, ma anche rabbia, piacere, senso di colpa, vergogna, umiliazione, impotenza. E per quanto tempo le coverà dentro di sé? Essere degradati a oggetto di piacere porta inevitabilmente a delle disarmonie nella personalità, che vanno dal bisogno disperato di mettere a tacere la sofferenza interiore al percepire un grande vuoto relazionale e affettivo. Paragonabile, per certi versi, a quello degli internati nei campi di concentramento. I cui racconti erano tanto inverosimili da suscitare incredulità.

Ora, se la vittima ha la fortuna di incontrare sul proprio cammino un adulto che si ponga come figura di attaccamento sostitutiva, il suo trauma potrà essere parzialmente riparato. O addirittura trasformato in forza propulsiva da mettere al servizio di altre vittime. Come dire: ciò che ho patito può avere un senso solo se mi permette di aiutare altri più fragili o meno fortunati di me. Con un miglioramento dell’autostima e l’abbandono di quell’atteggiamento passivo verso la vita, che sembra poter riservare ancora qualcosa di buono. Tutto questo è possibile a una condizione: denunciare il colpevole anche a costo di “estirparlo dal proprio cuore”, come ho sentito dire a una giovane donna.

Nelle situazioni meno fortunate, possiamo immaginare che la rabbia accumulata possa subire due destini diversi: implodere o esplodere. Nel primo caso, non potendo essere orientata verso l’abusante, da cui il piccolo dipende in toto, cova dentro culminando in comportamenti autodistruttivi. Che non sono solo il suicidio o le automutilazioni, ma anche il circondarsi delle persone sbagliate, l’abusare di cibo o alcool, il sentirsi intrinsecamente difettoso, il sottoporsi a feroce autocritica. Tutte modalità di auto reiterazione dell’abuso, accompagnate quasi sempre da ansia, depressione, difficoltà nei rapporti sociali, senso di estraneità nei confronti del proprio corpo.

Nel secondo caso, invece, la rabbia e la frustrazione verranno indirizzate all’esterno, dando drammaticamente vita ad una catena intergenerazionale di abusi. Difficile accettare che questi comportamenti gridino tutta la sofferenza e la disperazione incapsulate dentro. E rappresentino tentativi malati per riscattarsi da sentimenti di indegnità e per allontanare la consapevolezza di essere stati abusati,

 

PS: fin da subito mi si è posto il problema di come definire le piccole vittime oltraggiate. Minori? No, mi ricordava il linguaggio giuridico, che sento troppo distanziante. Bambini? Il maschile, ahimè, include il femminile, ma non è vero il contrario. E questo crea un paradosso, visto che la maggior parte delle vittime è di sesso femminile. Alla fine, e solo per questioni di praticità, ho optato per “bambini”. Senza troppa convinzione, perché mi sembra di fare torto al genere femminile. Ma tant’è…

 

Bibliografia:

La violenza nascosta. Gli abusi sessuali sui bambini di AAVV, ed.

Raffaello Cortina

Articoli di AAVV: Stefano Bovero, Laura Tullio, Edoardo Giusti, Maria Iacono et alii

Fulvia Ceccarelli

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L’Orco che divorava i bambini