Specchi delle mie brame

di Dania Cappellini e Julie Cunningham

 

 

La vita è come uno specchio: se le sorridi, ti sorride

[Jim Morrison]

 

Luigi osserva Maria che afferra una tazzina da caffè. Luigi capisce cosa sta facendo Maria, e capisce anche perché lo sta facendo. La tazzina è piena di caffè. Dopo averla afferrata, quasi certamente, Maria porterà la tazzina alla bocca e lo berrà. Luigi è in grado di comprendere immediatamente che cosa sta accadendo. La domanda è “come fa Luigi a comprendere l’azione di Maria? E come può comprendere la sua intenzione?”

A questa domanda fatta a se stesso Giacomo Rizzolati, docente di Fisiologia umana presso l’Università di Parma, ha dato vent’anni fa una risposta che ha cambiato il nostro modo di intendere la percezione e la comprensione degli altri: Luigi utilizza un complesso sistema del nostro cervello (più complesso a spiegarsi che ad agire, come spesso accade) definito dei “neuroni specchio”.

La loro scoperta e lo studio della loro natura profonda ha permesso di fare un salto in avanti nella conoscenza del cervello, di gettare le basi unitarie per indagare sui processi neurali responsabili dei rapporti fra le persone e di avanzare nuove interpretazioni su fenomeni quali l’empatia, lo scambio emozionale intersoggettivo, la conoscenza relazionale implicita e che tanto rilievo hanno nello sviluppo psicologico della persona, così come nel processo psicoterapeutico.

Ma come si è giunti a questa “scoperta”? Pare che, come talvolta accade per le grandi intuizioni nella storia della scienza, anche quella dei neuroni specchio sia avvenuta piuttosto casualmente. Rizzolati e il suo team si stavano occupando di studiare la corteccia pre-motoria e avevano collocato degli elettrodi nella corteccia frontale di un macaco per studiarne i neuroni specializzati nel controllo delle “mani”. L’apparecchiatura registrava il comportamento dei singoli neuroni della scimmia mentre le si permetteva di accedere al cibo, in modo da misurarne la risposta.

L’aneddotica racconta che, mentre uno sperimentatore prendeva una banana in un cesto di frutta preparato per degli esperimenti, alcuni neuroni della scimmia che osservava la scena avevano reagito. Come poteva essere accaduto questo, se la scimmia non si era mossa? Se fino ad allora si pensava che quei neuroni si attivassero soltanto per funzioni motorie? Si trattava forse di un guasto dell’apparecchiatura? Niente di tutto questo: la vista dell’azione aveva provocato la reazione. E in successivi esperimenti fu dimostrata l’esistenza nell’uomo di un sistema “ a specchio” simile a quello trovato nella scimmia.

Per approfondire e ampliare un principio neuro-psicologico ormai diventato un caposaldo nello studio dell’evoluzione e della crescita umana, Daniel Stern, uno dei massimi rappresentanti della psicoanalisi e della psicoterapia contemporanea e Vittorio Gallese, Professore Ordinario di Fisiologia presso il Dipartimento di Neuroscienze della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Parma, hanno dialogato a lungo, a cominciare da uno straordinario incontro realizzato a Cagliari, di cui questo volume – curato da Luigi Onnis – presenta i testi più significativi, e che prosegue, attraverso i capitoli successivi, delineando le prospettive di una vera rivoluzione scientifica e culturale.

Di essa vengono approfondite anche le implicazioni pratiche, in particolare nel lavoro psicoterapeutico. Ne emerge un orizzonte affascinante aperto alla interdisciplinarietà. Il libro contiene, inoltre, una delle ultime testimonianze dirette di Daniel Stern, prima che la sua prematura scomparsa lasciasse un vuoto incolmabile nella comunità scientifica internazionale.

Psicoterapia e neuroscienze sono state a lungo considerate discipline distanti, se non addirittura antagoniste, all’insegna di vecchie dicotomie.

Ma oggi nuove evidenze scientifiche si impongono: da un lato le ricerche della psicologia dello sviluppo mostrano l’importanza della intersoggettività e della “relazionalità” come matrice della stessa organizzazione del mondo psichico; dall’altro le scoperte recenti delle neuroscienze, in particolare proprio quella straordinaria dei “neuroni specchio”, documentano l’esistenza di una predisposizione neurobiologica dell’individuo umano all’intersoggettività. Ecco perché è possibile parlare oggi di recupero dell’unità a lungo perduta tra mente e corpo e di “nuova alleanza” (come indica il titolo del volume) tra psicoterapia e neuroscienze.

La capacità di parti del cervello umano di attivarsi alla percezione delle emozioni altrui, espresse con moti del volto, gesti e suoni; la capacità di codificare istantaneamente questa percezione in termini “viscero-motori”, rende ogni individuo in grado di agire in base a un meccanismo neurale per ottenere quella che gli scopritori chiamano “partecipazione empatica”. Dunque un comportamento bio-sociale, ad un livello che precede la comunicazione linguistica, il quale caratterizza e soprattutto orienta le relazioni inter-individuali, che sono poi alla base dell’intero comportamento sociale e dell’interazione psicanalitica. Un comportamento del quale non si può non tener conto.

Per quelli del nostro gruppo che lavorano con bambini autistici, la ricerca sui neuroni specchio è particolarmente interessante perché sembra dare un senso ai comportamenti dei nostri piccoli pazienti. I bambini non imitano, non giocano, non interagiscono se non per utilizzare l’altro come strumento per ottenere qualcosa. Come terapeuta entri in un mondo dove domina una sensorialità diversa dalla tua, dove il tempo non è più quello che conosci, dove le parole non esistono o sembrano senza senso, dove le tue emozioni e quelle dei tuoi pazienti fanno fatica ad incontrarsi. Impari faticosamente a stare veramente “senza memoria e senza desiderio”. Tenti ad entrare nel mondo dell’altro, ma solo quando intuisci che l’altro te lo permette.

Alla fine della sua terapia, un ragazzo autistico quindicenne seguito da tanti anni aveva iniziato la scrittura facilitata con sua madre, e in risposta a una domanda su che cosa faceva con la sua terapeuta, scrisse “ridere, giocare e dosare gli avvenimenti”. In terapia non aveva mai parlato, le sue poche parole, spesso ripetute, avevano un senso solo per lui.

La terapeuta, affascinata dalle parole “dosare gli avvenimenti” ha riflettuto a lungo sulla possibilità che volesse dire che la sensorialità durante la terapia poteva essere “dosata”, cioè distribuita secondo i suoi bisogni, mai troppo, mai troppo poco.

Infatti le persone autistiche di alto funzionamento spesso descrivono grande difficoltà in un mondo umano sovra-stimolante. Adesso alla luce di quello che stiamo imparando sui neuroni specchio, forse si può aggiungere qualcosa al significato delle parole del ragazzo autistico: chissà se “dosare gli avvenimenti” non fosse la modalità usata dal ragazzo e dalla sua terapeuta per entrare fra loro in relazione e anche per imparare a giocare sostituendo l’imitazione (il funzionamento dei neuroni specchio) con il fatto che lui e la sua terapeuta dosavano gli avvenimenti? In altre parole, se i suoi neuroni specchio funzionano male, non può usare l’imitazione come fanno gli altri, ma con altre parti del cervello può imparare dalla propria esperienza, se presa nelle dosi giuste?

Daniel Stern aggiunge un altro pezzo scrivendo del “conoscere relazionale implicito” che si verifica “attraverso processi interattivi intersoggettivi che modificano il campo relazionale all’interno del contesto di ciò che noi definiamo la relazione implicita condivisa”. Dove ci sta forse la possibilità di “dosare gli avvenimenti”?

Stern non parla di bambini autistici in questo libro, ma nel presentarci la sua vasta esperienza sull’intersoggettività soprattutto nel mondo infantile, tocca delle aree arcaiche dello sviluppo umano, aree di sviluppo che il bambino autistico sembra non sperimentare.

Stern mette la scoperta dei neuroni specchio come una spiegazione di un fenomeno spesso osservato nei neonati simile a quello citato sopra da Gallese: la madre tira fuori la lingua e il bambino guardandola in faccia tira fuori la sua. La domanda, secondo Stern, è sempre stata: come fa il neonato a sapere che ha una lingua, che ha la capacità della madre di tirare fuori la lingua? “Che si trattasse di qualcosa che ha a che fare con l’intersoggettività; che ci può essere tra due essere umani lo stesso comportamento o feeling senza che ci sia un’educazione o un’iscrizione analitica nei geni, ma attraverso un altro modo che non capiamo”? E se questo qualcosa non esiste, o esiste solo parzialmente nei bambini autistici, cosa facciamo per aiutarli a vivere bene?

Per stare con i bambini autistici il benessere loro è essenziale, ma anche noi dobbiamo stare bene, trovando la nostra creatività nella partecipazione al loro modo d’essere. C’è veramente una ricerca della intersoggettività. E come sempre quando si conoscono le persone autistiche si finisce con più domande che risposte, ma le nostre domande aprono aree di ricerca e riflessione che ci insegnano delle cose non solo degli autistici, ma anche di noi stessi.

Abbiamo trovato il libro di Stern, Gallese e Onnis ricco proprio per il suo stimolo alla riflessione sulla incredibile complessità dell’essere.

*** Una nuova alleanza tra psicoterapia e neuroscienze. Dall’intersoggettività ai neuroni specchio. Dialogo tra Daniel Stern e Vittorio Gallese, a cura di Luigi Onnis, FrancoAngeli Ed., 2015, pagg. 160, € 21

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